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Quanti sono gli stabilimenti balneari in Italia secondo Unioncamere e Legambiente

Stabilimenti Balneari

Nel 2021 gli stabilimenti balneari hanno superato quota 12mila, contro i 10.812 degli ultimi dati del Demanio relativi al 2018

Com’è noto, nemmeno lo Stato sa quanti siano davvero gli stabilimenti e le concessioni balneari. Non a caso il presidente del Consiglio ha incaricato una apposita commissione di procedere con una mappatura che permetta di capire gli attori in gioco e i guadagni – o eventuali perdite – per l’erario. Ad esempio, in larga parte mancano i dati delle cifre dovute per i canoni di concessioni, in alcune regioni come in Sicilia e Basilicata, mancano completamente, in altre come Campania, Puglia, Marche e Liguria sono moltissime quelle non riportate, mentre dal punto di vista della geolocalizzazione non vengono riportate lo coordinate di riferimento.

Secondo Legambiente, un dato è certo: in Italia è sempre più complicato trovare una spiaggia libera. Questo perché non si è invertito il trend che ha visto un progressivo aumento esponenziale in tutte le Regioni delle concessioni balneari. Nel 2021 sono persino arrivate a quota 12.166 (contro le 10.812 degli ultimi dati del Demanio relativi al 2018) registrando un incremento del +12,5%. Tra le regioni record ci sono Liguria, Emilia-Romagna e Campania con quasi il 70% dei lidi occupati da gestori privati. Ma quanti sono gli stabilimenti balneari in Italia?

GLI STABILIMENTI BALNEARI IN NUMERI

Secondo gli ultimi dati disponibili di Unioncamere, raccolti però nel 2019 e riferibili perciò al ’18, è la riviera romagnola la “culla” delle imprese impegnate nelle attività di “gestione di stabilimenti balneari”: 1.064 su 6.823 complessivamente operanti  (il 26% in più di 10 anni prima), almeno secondo quanto raccontano i dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio.

Lo predominanza delle località romagnole emerge chiaramente dalla graduatoria dei comuni italiani con il maggior numero di realtà imprenditoriali del settore. Nei primi cinque posti si trovano, infatti, quattro comuni romagnoli: Ravenna (194), Cervia (164), Rimini (155) e Riccione (120). Se si aggiungono le 112 imprese di Cesenatico (in settima posizione), i cinque comuni romagnoli totalizzano 745 realtà imprenditoriali, il 70% di tutte le infrastrutture della riviera romagnola e l’11% del totale nazionale.

Subito a ridosso, l’industria della balneazione vede sul podio due destinazioni ‘storiche’ per gli amanti del mare italiano: la Toscana, con 892 attività distribuite lungo 397 km di costa (2,2 imprese ogni km) e la Liguria, con 801 imprese a presidiare 330 km di litorale (2,4 ogni km). Alla Toscana, con Camaiore (92 imprese lungo 3 soli km di costa) spetta anche il record di densità massima di attività balneari (31 imprese per km), a fronte di una media nazionale (misurata sui 770 Comuni che si affacciano sui nostri mari) che supera di poco il rapporto uno a uno tra imprese e chilometri di litorale (1,1 per la precisione).

Dal 2009 la corsa a gestire le attività di divertimento sulle coste dello Stivale (incluse quelle di laghi e fiumi) ha portato ad un incremento complessivo di imprese del 26,3% pari a 1.421 unità in più. Se è vero che la presenza di imprese in questo settore si concentra maggiormente nelle regioni del CentroNord, le protagoniste della crescita nell’ultimo decennio sono però le regioni del Sud, decisamente lanciate al recupero delle posizioni. Nel periodo considerato, la crescita più rilevante in termini assoluti (+278 imprese) ha interessato la Calabria, che ha raddoppiato la dotazione del 2009. Seguono la Campania (+190 attività), la Puglia (+184) e la Sicilia (+183). In termini relativi l’accelerazione più consistente del decennio è quella della Sardegna (+144,4%). Subito dopo – al netto delle regioni interne, in cui i numeri delle attività si limitano a quelle lacustri e fluviali – le regioni più dinamiche sono la Sicilia (+71,8%), la Puglia (+63,2%) e la Campania (+42,1%).

COSA DICE LEGAMBIENTE

Più recenti i dati di Legambiente, che ci permettono di osservare come il settore non abbia sofferto troppo la crisi pandemica, anche per via del fatto che le restrizioni per Covid, pure negli anni più duri dell’epidemia, hanno sempre subito notevoli mitigazioni nei mesi estivi. E così il fiorire di stabilimenti balneari è proseguito. Per capire quanto delle coste italiane è occupato da stabilimenti balneari – spiegano dall’Associazione – occorre incrociare fonti diverse e verificare con le foto aree l’occupazione da parte degli ombrelloni, considerando anche le diverse dimensioni degli stabilimenti nelle Regioni italiane. Complessivamente si può stimare che quasi il 43% delle coste sabbiose è occupato da stabilimenti balneari. Ma una stima più credibile, che consideri anche le altre forme di concessione, porta a valutare che oltre il 50% delle aree costiere sabbiose sia di fatto sottratto alla libera e gratuita fruizione. “Ed è un dato medio, con differenze impressionanti”.

Tra i comuni costieri, si legge nel  Rapporto Spiagge 2021. La situazione e i cambiamenti in corso nelle aree costiere italiane, il record spetta a Gatteo (FC) è quello che ha tutte le spiagge in concessione, ma si toccano numeri incredibili anche a Pietrasanta (LU) con il 98,8% dei lidi in concessione, Camaiore (LU) 98,4%, Montignoso (MS) 97%, Laigueglia (SV) 92,5%, Rimini 90% e Cattolica 87%, Pescara 84%, Diano Marina (IM) con il 92,2% dove disponibili sono rimasti solo pochi metri in aree spesso degradate.

LO STATO CI GUADAGNA?

Sempre secondo Legambiente, per come è stata trattata finora la materia, del giro d’affari tra i 15 e i 20 miliardi all’anno lo Stato percepisce solo una quota piccolissima. Colpa, si legge nel report, dei canoni che si pagano per le concessioni, “ovunque bassi e che in alcune località di turismo di lusso risultano vergognosi a fronte di guadagni milionari”. Ad esempio per le 59 concessioni del Comune di Arzachena, in Sardegna, lo Stato nel 2020 ha incassato di 19mila euro l’anno. Una media di circa 322 euro ciascuna l’anno.

 

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