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Quanto potrebbe volerci per eleggere il Presidente della Repubblica? I precedenti storici

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Nel 1964, quando si votò per eleggere il successore del democristiano Antonio Segni, il socialdemocratico Giuseppe Saragat per vincere la partita impiegò 21 scrutini in 12 giorni. Nel 1971, quando si votò per la successione a Saragat, furono necessarie 23 votazioni in 16 giorni. E il Covid rende tutto ancora più incerto

Col calendario fissato dal presidente della Camera convocando per il 24 gennaio parlamentari e delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, e programmando non più di una votazione al giorno a causa di modalità e tempi imposti dalle misure di prevenzione dai contagi in periodo di pandemia, quella del Quirinale non è più la giostra di tutte le precedenti edizioni. E’ diventata una maratona.

Nel 1964, quando si votò per eleggere il successore del democristiano Antonio Segni, impedito da un ictus all’esercizio del mandato settennale conferitogli nel 1962 dal Parlamento, il socialdemocratico Giuseppe Saragat per vincere la partita impiegò 21 scrutini in 12 giorni. Durante i quali tramontò per rinuncia “spontanea”, ma maturata con una certa sofferenza all’interno del partito, del candidato democristiano Giovanni Leone a vantaggio appunto di Saragat. Che fu sostenuto soprattutto dall’allora presidente del Consiglio Aldo Moro allo scopo di stabilizzare la maggioranza di centro-sinistra che lo aveva portato nell’autunno del 1963 dalla segreteria della Dc a Palazzo Chigi.

Nel 1971, quando si votò per la successione a Saragat, furono necessarie 23 votazioni in 16 giorni per archiviare la candidatura iniziale del democristiano e allora presidente del Senato Amintore Fanfani, sbarrare nella Dc la strada alla candidatura dell’altro “cavallo di razza” del partito, Moro, e mettere, anzi rimettere in pista Giovanni Leone, considerando le elezioni presidenziali precedenti.

Nel 1978 occorsero 16 votazioni in 9 giorni per trovare nel socialista Sandro Pertini il successore a Leone, praticamente costretto dal suo partito, su pressione soprattutto del Pci, alle dimissioni anticipate, sia pure di soli sei mesi rispetto alla scadenza ordinaria, per i veleni politici prodotti dalla drammatica vicenda del sequestro di Aldo Moro. Che, rapito dalle brigate rosse il 16 marzo, era stato ucciso il 9 maggio, sacrificato dalla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale sull’altare di una linea della fermezza non condivisa a livello politico dai socialisti e a livello istituzionale proprio da Leone. Che per evitare l’esecuzione della “sentenza” di morte emessa contro Moro dalle brigate rosse stava per concedere la grazia ad una delle tredici persone detenute nelle carceri italiane per reati di terrorismo con le quali i sequestratori del presidente della Dc avevano reclamato di scambiare l’ostaggio. Piuttosto che fermarsi, gli assassini accelerarono la morte di Moro precedendo l’iniziativa del capo dello Stato.

Nel 1992, in un clima politico intossicato dalle indagini giudiziarie su Tangentopoli, utilizzate dai comunisti anche per liberarsi di un Bettino Craxi diventato per loro ancora più ingombrante dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica, occorsero 16 votazioni in 12 giorni per sbarrare la strada del Quirinale al segretario della Dc Arnaldo Forlani, anche con quei catafalchi montati nell’aula di Montecitorio a tutela del voto segreto, contrastare pure il concorrente occulto, ma non troppo, Andreotti e trasferire dalla presidenza della Camera alla presidenza della Repubblica il loro collega di partito Oscar Luigi Scalfaro. E ciò non tanto per convinzione quanto per reazione emotiva allo shock della strage mafiosa di Capaci, in cui avevano perso la vita Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutta la scorta.

Ora, al passo rallentato imposto dal Covid, così rapido invece nella sua diffusione, chissà di quanto tempo avranno bisogno i partiti- già in tali difficoltà da avere dovuto subire un governo di emergenza affidato da un Mario Draghi avvertito o vissuto, sotto sotto, sempre più come un commissario- per trovare un’intesa sulla successione a Sergio Mattarella.

TUTTI I GRAFFI DI FRANCESCO DAMATO

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