Fact Checking

Tutte le idee fiscaliste di Ernesto Ruffini

Ruffini

Cosa pensa il neo direttore dell’Agenzia delle Entrate Ruffini di flat tax, emersione del contante, tasse ed evasori 

Ernesto Maria Ruffini torna a guidare l’Agenzia delle Entrate. Dopo una breve assenza dovuta allo spoil system del governo Conte 1, che aveva messo a capo dell’Agenzia fiscale il generale della Guardia di Finanza Antonino Maggiore, il Consiglio dei ministri ha deciso di nominare nuovamente direttore l’avvocato tributarista chiamato in primis da Matteo Renzi nel 2015 a guidare Equitalia (da lì poi la scalata alle Entrate con l’esecutivo Gentiloni).

Un tecnico, c’è da dire, che di Fisco se ne intende — secondo il ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri è il “migliore” per dare una sterzata al recupero del gettito evaso — e che alle Entrate ha dato il via al processo di digitalizzazione dei servizi ai contribuenti.

Del resto, come afferma Ruffini, “il Fisco è l’amministrazione delle amministrazioni: senza il suo lavoro e i fondi che essa procura non esisterebbero tutte le altre. È il punto di contatto più sensibile del rapporto fra i cittadini e lo Stato”.

LE TASSE E L’EVASIONE

La “summa” del pensiero di Ruffini sul Fisco si trova nel suo libro “L’evasione spiegata a un evasore”, pubblicato nel 2013. Secondo il neo direttore dell’Agenzia delle Entrate “le tasse hanno creato la democrazia. Quegli stessi cittadini che con le tasse hanno messo in comune le loro ricchezze hanno cominciato a pretendere di sapere come venivano spesi quei soldi e quindi di decidere se darli o meno”. Le imposte, e quindi un riferimento alla frase dell’ex ministro del Mef Tommaso Padoa Schioppa che tante polemiche sollevò, “non sono né belle né brutte. Sono però il mezzo più trasparente e più onesto che lo Stato ha per finanziare le spese”.

Senza dimenticare che l’evasore è sempre in agguato: “L’evasore può essere ognuno di noi. In potenza è dentro ognuno di noi. Come il ladro anche l’evasore è fatto dall’occasione. Per questo penso che le partite Iva che invece pagano tutto quello che devono pagare siano i migliori cittadini di questo paese: perché resistono ala tentazione”.

FLAT TAX

Passando dal generale al particolare, in un’intervista dello scorso giugno al Corriere della sera, commentando i dati sul conto delle amministrazioni pubbliche diffusi dall’Istat, Ruffini ha detto la sua su un tema molto caro all’ala leghista dell’allora governo gialloverde in carica. “Ha ragione la Corte dei Conti: attenzione a varare la flat tax senza provvedere alle necessarie coperture, sicuramente ingenti anche se nessuno finora nel governo ha indicato quanto servirebbe”. Insomma, la flat tax, che il Carroccio avrebbe voluto applicare nel tempo a tutti i lavoratori e non solo alle partite Iva con redditi fino ai 65mila euro, “potrebbe rivelarsi una mossa pericolosa e illusoria, nel senso che quello che i contribuenti risparmierebbero nell’immediato si tradurrebbe in un aumento del deficit e quindi del debito con conseguenze nefaste: i risparmi immediati d’imposta verrebbero fatti pagare domani con gli interessi agli sessi contribuenti, in termini di maggiori tasse necessarie a risanare il maggior debito e i maggiori oneri sullo stesso”.

ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE

Ruffini faceva poi una distinzione tra il condono e le rottamazione delle cartelle, criticata dalla Corte dei Conti e avviata quando era ancora alla guida dell’Agenzia delle Entrate (poi proseguita con il Conte 1). “Le sanatorie come la cancellazione delle cartelle e altre forme di condono sono dei virus del sistema fiscale che incidono sull’equità sociale — ha detto durante l’intervista al Corriere della Sera —. Le rottamazioni, invece, non sono dei condoni perché non cancellano il debito originario ma solo sanzioni e interessi. I miliardi arrivati allo Stato hanno aiutato milioni di contribuenti e rimesso in circolo risorse che erano sottratte alla collettività. La questione di fondo, però, è sempre la stessa: il contribuente deve essere monitorato in tempo reale (precompilata, fatturazione elettronica, trasmissione dei corrispettivi), con la prevenzione e non con la repressione”.

RIFORMA FISCALE

In suo intervento, sempre sul quotidiano diretto da Luciano Fontana, Ruffini ha invece parlato diffusamente di come mettere mano a una eventuale riforma fiscale per la quale “servono anche qualche regola costituzionale e un po’ più di attenzione all’amministrazione. Giusto per rendere le riforme effettive e durature”.

Secondo il tributarista palermitano intanto si pongono due esigenze a cominciare dal “presidiare la creazione delle norme tributarie” con due scopi “evitare la strumentalizzazione del fisco, prima delle elezioni per raccogliere voti, promettendo meno tasse, e dopo le elezioni per raccogliere quattrini, onde mantenere la promessa di nuove spese”. Poi occorre “chiudere il rubinetto delle norme, rallentando almeno il flusso delle continue modifiche”. Senza queste misure “anche un sistema disegnato con talento e precisione sarebbe presto stravolto dall’operare congiunto di queste due piaghe della politica fiscale”.

Oltre a questi due scopi, per Ruffini si pongono due regole: “Qualunque abolizione o riduzione di imposte non può essere finanziata in deficit con una futura riduzione di spese, un futuro aumento di imposte o di gettito” e “una sola legge tributaria all’anno, parallela alla legge di Bilancio, limitando i decreti-legge alla modifica di aliquote e tariffe o a casi di vera emergenza finanziaria”.

Di sicuro, proseguiva, “una legge non è sufficiente a cambiare la realtà” anche perché “serve tempo per preparare la riforma, coinvolgendo i soggetti legittimati a dire la loro (funzionari pubblici, accademici, professionisti, organizzazioni di categoria, rappresentanti dei contribuenti)”. Ma attenzione: di sicuro, come diceva Luigi Einaudi, “qualunque riforma tributaria è pura ipocrisia, ciarlataneria, polvere negli occhi se non è preceduta da una riforma degli ordinamenti statali”.

EMERSIONE DEL CONTANTE

Nello stesso intervento Ruffini si è espresso pure su una questione più specifica e di cui si è tornati a parlare negli ultimi mesi dell’esecutivo M5S-Lega ovvero l’emersione del contante “al tasso del 15%, idea già bocciata un paio d’anni fa”. “Il contante non ha un passato evidente — scriveva — e non è semplice garantire che non sia il frutto di attività criminali, se non a prezzo di lunghe e complesse indagini da rimettere, di fatto agli intermediari”. Seppure “il contante di chi ha ‘solo’ evaso il Fisco potrebbe anche essere oggetto di una sanatoria purché non al ridicolo tasso del 15% non è però comunque accettabile, con l’alibi di queste somme, rischiare di sdoganare anche le altre di origine criminale, che dovrebbero essere invece confiscate al 100% e non affluire nell’economia regolare, dove amplierebbero a presenza malavitosa alimentando imprese comunque fragili e malsane”.

 

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