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Vaccini, checché ne dica Arcuri ci sono. Ma restano in frigo

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La Liguria di Giovanni Toti, nonostante sia la regione più anziana d’Italia dopo la Sardegna, è incredibilmente indietro. I vaccini ci sono ma non vengono somministrati agli anziani

I vaccini? In frigo. Guai a usarli. Mentre i test condotti in Gran Bretagna dimostrano che è sufficiente una prima dose per una efficacia attorno al 90%, fatto che ha spinto il premier britannico Boris Johnson a elaborare una road map piuttosto dettagliata che permette agli inglesi di vedere la luce in fondo al tunnel, in Italia li si custodisce gelosamente al fresco.

Più passano i giorni e più sono evidenti i limiti del piano del commissario straordinario all’emergenza Covid Domenico Arcuri. Le fialette che arrivano in Italia sono poche, nessuno lo nega, ma il problema sta persino a monte, perché, un po’ come per i fondi europei che non riusciamo a spendere, qui abbiamo vaccini che non siamo i grado di somministrare.

VACCINI, LE REGIONI SPRINT E QUELLE LUMACA

Scrive oggi il Corriere della Sera: “Ci sono più di un milione e mezzo di dosi rimaste in attesa, come le persone che aspettano il vaccino per tornare a vivere in modo quasi normale. Il numero esatto è 1.516.435. Ne abbiamo usate meno di tre su quattro, il 70,8%”. A livello locale “La Valle d’Aosta ha utilizzato il 92,6%% delle dosi a disposizione. La provincia di Bolzano, che pure ha avuto i tassi più alti di rifiuto tra medici e infermieri e per questo è passata subito agli over 80, è arrivata all’87,3%. Piccolo è bello? Di sicuro più semplice. Ma anche una regione grande come la Toscana ha un dato ben al di sopra della media nazionale con l’81,9%. Buona parte delle regioni è proprio intorno al 70%. La Campania al 76,5%, l’Emilia Romagna al 74,7%, il Piemonte al 73,8%, il Lazio al 73,1%. Un po’ più indietro la Lombardia al 70,5% e il Veneto al 68,3%. Il dato peggiore è quello della Calabria con il 55,3%. Ma va piano anche un territorio dove la varianti hanno cominciato a colpire prima: l’Umbria che viaggia al 63%. E la regione più anziana (e quindi più fragile) d’Italia, la Liguria è ferma al 60,2%”.

Alle medesime conclusioni è giunto pure Il Sole 24 Ore: “L’Italia dopo un iniziale sprint nella primissima fase ora all’alba delle vaccinazioni di massa sta frenando e infatti dopo aver guidato la classifica Ue nelle prime settimane di gennaio ora per numero di dosi somministrate per 100 abitanti è dietro Polonia, Slovacchia, Spagna, Francia e Germania.” E ancora: “E così al momento più di una dose su quattro (il 30%) rimane nei frigoriferi visto che su 5,2 milioni di dosi disponibili le somministrazioni sono quasi 3,7milioni: inutilizzate dunque 1,5 milioni di dosi, numeri troppo alti e non giustificati dalla necessità di accantonare i flaconi per le seconde somministrazioni. Con differenze regionali enormi: se la Valle d’Aosta ha somministrato oltre il 90% delle dosi disponibili Calabria, Sardegna e Liguria ne lascia quasi la metà inutilizzate”.

COSA COMBINA TOTI?

Insomma, entrambi i quotidiani concordano nel fare indossare a Giovanni Toti la maglia nera. I dati del resto parlano chiaro. Cosa stia combinando quindi la Regione, che è peraltro la più anziana d’Italia (quasi una persona su tre, ovvero il 28,7%, ha più di 64 anni, il valore più alto di tutto il Paese. L’età media è di 48,7 anni contro i 45,2 dell’Italia e gli under 40 sono solo il 33,8% contro una media nazionale del 39,5%) è un mistero.

Non è un caso che il comune più anziano d’Italia sia in Liguria: Fascia, in alta Val Trebbia, che ha un’età media di 66,1 anni ed è anche quello col maggior decremento di popolazione dal 2011 (-35%). Eppure, nonostante l’altissimo numero di anziani (che il presidente Toti in un improvvido tweet aveva definito improduttivi) proprio il presidente della Regione ha chiesto a Draghi di mettere tutta Italia in fascia gialla e aprire il Paese. Impossibile, però, se nel frattempo non si vaccina a tappeto la popolazione. E infatti pochi giorni dopo, sempre Toti, è dovuto correre ai ripari ponendo l’estremo ponente ligure in  zona rossa. Insomma, la sua azione di governo non sembra certo chiara e univoca, ma confusa e pasticciata. E i numeri lo confermano.

COSA DICE ASTRAZENECA

Quanto ai tagli nelle forniture: «Per quanto riguarda l’Italia, questa settimana supereremo 1,5 milioni di dosi consegnate e abbiamo l’obiettivo di superare i 5 milioni di dosi per la fine di marzo». Lo afferma l’azienda AstraZeneca in merito alla notizia di un taglio della metà delle dosi di vaccino anti-Covid previste per l’Ue nel secondo trimestre 2021. «Le date di consegna, la frequenza e il volume possono subire alterazioni dovute ai processi di produzione e alle tempistiche dei processi di controllo qualità» prosegue l’azienda, precisando che «il contratto con la Commissione europea è stato siglato in agosto del 2020 e in quel momento non era possibile fare una stima precisa delle dosi, che dipende dalla produttività degli impianti di produzione di un vaccino ad alta complessità biologica che non era stato mai prodotto».

«A questa complessità – continua AstraZeneca – si è aggiunta una produttività inferiore alle previsioni nello stabilimento destinato alla produzione europea, e per questo non siamo ancora in grado di fornire previsioni dettagliate per il secondo trimestre. In ogni caso AstraZeneca conferma che lavora con l’obiettivo di essere in linea con quanto indicato nel contratto. Prevediamo infatti che circa la metà delle dosi previste provenga dalla catena di approvvigionamento europea nella quale stiamo continuando a lavorare per aumentarne la produttività. Il resto proverrà dalla nostra rete di approvvigionamento internazionale con l’obiettivo di consegnare all’Italia più di 20 milioni di dosi».

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