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Verso il nuovo Congresso del Pd (che ha cambiato 10 segretari in 15 anni)

Pd

Dalla nascita, nel 2007, ad oggi il Pd ha vissuto grandi tormenti e grandi fallimenti, tra qualche vittoria e scalate al potere. Tutta la storia 

Il Pd scalda i motori in vista del nuovo congresso che lo attende. Il prossimo sarà il decimo segretario in 15 anni. Da Walter Veltroni a Enrico Letta ci sono state ben 6 elezioni primarie. Per capire, dunque, la crisi attuale è bene tornare alle origini.

Veltroni, le origini

Il Partito Democratico nasce nel 2007, come fusione tra i Ds di Piero Fassino e La Margherita di Francesco Rutelli. L’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, si candida alla segretaria del nuovo partito in ticket con il ‘margheritino’ Dario Franceschini con l’idea di dare al nuovo partito una decisa “vocazione maggioritaria”. Veltroni vince le primarie di quell’anno con il 75% dei voti, avendo come avversari dei personaggi molto noti. Il primo era Rosy Bindi, l’ex democristiana che è stata ministro nei due governi Prodi e che pochi giorni fa ha proposto la fusione tra Pd e M5S. Il secondo era proprio l’attuale segretario del Pd, Enrico Letta che, all’epoca, appena quarantenne, arrivò terzo con l’11%, due soli punti in meno della Bindi. In quarta posizione, con lo 0,17%, c’era niente di meno che Mario Adinolfi, oggi leader del movimento ultracattolico Popolo della Famiglia. Veltroni diventa segretario grazie a una linea politica che verrà ribatezzata del ‘ma anche’.

Il Pd dell’epoca, infatti, pretendeva di rappresentare le istanze di categorie opposte come se fosse un ‘partito tenda’, capace di difendere gli operai ‘ma anche’ gli imprenditori. È grazie a questa linea che il Pd raggiunge il suo massimo alle Politiche del 2008, il 33%. Una percentuale, però, non sufficiente dato che la vittoria, con il 46%, va al centrodestra. La sconfitta del governatore uscente Renato Soru, alle Regionali in Sardegna dell’anno successivo, determina le dimissioni di Veltroni.

L’era Bersani

Al Congresso successivo il suo vice, Dario Franceschini, sfida Pier Luigi Bersani, che intende accantonare la ‘vocazione maggioritaria’ di Veltroni e ritornare a un sistema di alleanze più ampio possibile spostando l’asse del partito più a sinistra. Lo scontro finisce 53 a 34 per Bersani. A fare da ‘terzo incomodo’ c’era Ignazio Marino, espressione dell’ala liberal del partito, che prese un più che dignitoso 12,5%. La segreteria di Bersani vive le turbolenze del ‘ciclone’ Matteo Renzi che, da sindaco di Firenze, inizia la scalata al potere in nome della ‘rottamazione’. Sconfitto una prima volta da Bersani alle primarie per la premiership del 2012, si rifarà l’anno successivo. Nel 2013, il giorno dopo le elezioni Politiche, l’allora segretario annuncia: “Siamo arrivati primi, ma non abbiamo vinto”. Bersani, colpito dallo tsunami del M5S, nel momento culminante dell’elezione del presidente della Repubblica, si trova di fronte 101 franchi tiratori che lo costringono alle dimissioni. Il suo poso viene preso per alcuni mesi da Guglielmo Epifani, ex numero della Cgil.

Il ciclone Matteo Renzi

Si arriva così alle primarie del 2013 stravinte da Matteo Renzi col 67,5% contro il 18,2% preso da Gianni Cuperlo e il 14% di Pippo Civati. Il neo-segretario, nel giro di pochi mesi scalza Enrico Letta dalla poltrona di primo ministro, porta il Pd al 40% alle Europee del 2014 facendo leva sui famosi 80 euro, ma poi si rovina con le sue stesse mani. Renzi dichiara solennemente che avrebbe lasciato la politica, se il referendum costituzionale del ministro Boschi non sarebbe passato. Renzi, alla fine, si dimetterà solo da premier. Dopo un breve interim di Matteo Orfini, Renzi torna in sella vincendo nuovamente le primarie col 69% contro il 20% di Andrea Orlando e il 10% di Michele Emiliano. I risultati delle elezioni Politiche del 2018 evidenziano un tondo per il Pd che si ferma al 18%, una cifra troppo bassa che causa le dimissioni di Renzi. Il resto è praticamente storia dei giorni nostri.

I fallimenti di Zingaretti e di Letta

Il partito passa in mano a Maurizio Martina che diventa segretario reggente ad interim e, poi, nel 2019, viene battuto dal governatore del Lazio Nicola Zingaretti con il  66%  delle preferenze a 22%. Roberto Giachetti si ferma al 12%. Oggi Martina è vipresidente della Fao, Zingaretti sta per lasciare la poltrona di presidente del Lazio perché eletto in Parlamento, mentre Giachetti non è stato rieletto. Il fratello del ‘commissario Montalbano’ regge appena due anni, poi nel 2021 abbandona la segreteria del partito affermando che del Pd e del suo comportamento si vergognava. Passa, dunque, la palla a Enrico Letta che, richiamato dal ‘buen ritiro’ parigino, viene eletto segretario del Pd dai 2/3 dei voti dell’Assemblea del partito. L’ex premier conduce una campagna elettorale fallimentare e, alla chiusura delle urne, ha annunciato l’ennesimo Congresso (al quale lui non si ricandiderà). In questi giorni sono fioccate tante ipotetiche candidature. Non si sa ancora chi sarà la prossima vittima dei congressi del Pd, ma sappiamo che un semplice congresso ai dem non basterà per risollevarsi.

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