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Che cosa preoccupa Bonafede?

Bonafede

Ora Bonafede deve guardarsi soltanto da sorprese sul fronte giudiziario. I Graffi di Damato

Gli amici, quelli veri, del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, sono in ansia, per quanto lui sia saldo politicamente al suo posto: sostenuto, oltre che dal suo partito, dal presidente del Consiglio, dal Pd e dalla sinistra dei liberi e uguali, criticato nella maggioranza solo dai renziani. Che tuttavia, minacciosamente agitati già su migranti e altro, sembrano non volere votare o solo astenersi su una mozione di sfiducia individuale al guardasigilli che non fosse presentata da tutto il centrodestra. Dove però i forzisti di Silvio Berlusconi sono contrari per questione di principio, non avendo mai condiviso il ricorso a questo strumento adottato per la prima volta nel 1995 contro l’allora guardasigilli assai garantista Filippo Mancuso.

IL RACCONTO DI NINO DI MATTEO

La paura, in particolare, è che qualche magistrato possa cadere nella tentazione di considerare notizia di reato il racconto fatto in persona per la prima volta dal consigliere superiore della magistratura Nino Di Matteo, confermando notizie già diffusesi due anni fa, di avere ricevuto da Bonafede una strana offerta alla guida del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: strana perché subito ritirata in coincidenza con voci, rapporti, intercettazioni e quant’altro sulla decisa e minacciosa contrarietà dei boss mafiosi detenuti.

“L’ultimo pubblico ministero della Procura di Guastalla ha un potere immenso. Può mettere sotto indagine il presidente del Consiglio, anzi il Papa. Chi ha il coraggio di dire qualcosa?”, ha dichiarato in una intervista, commentando  proprio la sortita di Di Matteo, il generale dei Carabinieri in pensione Mario Mori. Che è sotto processo in appello a Palermo con gli altri imputati condannati in prima istanza per l’accusa, condotta dallo stesso Di Matteo, di avere trattato con la mafia fra il 1992 e il 1994. Lo scopo sarebbe stato di farla recedere dalle stragi, anche a costo di concorrere al reato, appunto contestatogli, di minaccia a corpo politico dello Stato.

Bonafede, insomma, appena definito impietosamente sulla prima pagina di Repubblica “un  ministro sbagliato”, per giunta  “in un governo stanco” all’interno, potrebbe finire indagato, naturalmente con le procedure del cosiddetto tribunale dei ministri, per avere ceduto ai ricatti dei mafiosi: un’ipotesi “insinuante” alla quale il guardasigilli ha reagito con sdegno a vedersela formulare mediaticamente e politicamente sulla base del racconto fatto da Di Matteo. Che, dal canto suo, potrebbe rischiare un procedimento per calunnia.

IL DECRETO LEGGE ANNUNCIATO DA BONAFEDE

Sdegnato com’è, Bonafede ha accolto non so se più il consiglio o la sfida televisiva di uno dei suoi predecessori, il socialista Claudio Martelli, preannunciando alla Camera un decreto legge per riportare in carcere le centinaia di detenuti di mafia e di narcotraffico mandati ai domiciliari negli ultimi cinquanta giorni per ragioni di salute connesse anche ai rischi di contagio virale.

Lo stesso Martelli ai suoi tempi, con Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, fece varare dal governo un decreto legge per rimandare in carcere detenuti di mafia  appena liberati per scadenza dei tempi della carcerazione preventiva dopo una pronuncia della Cassazione firmata da Corrado Carnevale, finito poi in un lungo tunnel giudiziario per uscirne assolto.

Neppure quella muscolare iniziativa assunta dal governo, e ripetutamente rivendicata dall’interessato, risparmiò poi ad Andreotti l’accusa della Procura di Palermo, e relativi processi, di concorso esterno in associazione mafiosa.

Si potrebbe dire, con i dovuti scongiuri — immagino — di Bonafede, che è sempre in agguato la legge del contrappasso di memoria dantesca.

 

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