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Che cosa si dice nel governo sulla prescrizione

prescrizione

I Graffi di Damato sulla maggioranza ancora impantanata nella palude della prescrizione

Il carattere interlocutorio, cioè inutile, dell’ottavo vertice della maggioranza sulla prescrizione, che Giuseppe Conte non poteva più rinviare di fronte alle insistenze del Pd, tallonato su questo tema dal partito del suo ex segretario Matteo Renzi, era scontato dopo il marasma aumentato fra i grillini con l’appello alla piazza del ministro degli Esteri ed ex capo del movimento pentastellato Luigi Di Maio. Cui si è affrettato ad aggiungersi, o adeguarsi, il reggente Vito Crimi.

IL NODO PRESCRIZIONE

Figuratevi se in queste condizioni Alfonso Bonafede nella doppia veste di ministro della Giustizia e di capo della delegazione grillina al governo poteva fare concessioni agli alleati, a tutti gli alleati, compresi i renziani, che “strepitano” secondo la versione del Fatto Quotidiano. Essi non vogliono lasciare nel codice il blocco, o soppressione, della prescrizione a conclusione del primo o anche del secondo  dei tre gradi di giudizio senza compensarlo con una vera, solida, garantita e approvata riforma del processo penale. Diversamente, anche con la prescrizione bloccata a parole all’emissione della seconda condanna, secondo il compromesso emerso dal vertice di ieri, il sistema rimarrebbe appeso al nulla sul baratro di quello che è stato efficacemente definito l’ergastolo processuale, alla faccia della “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione, non da un discorso di Renzi concordato, secondo la rappresentazione fattane da Bonafede, con Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e altri demoni ancora operativi nel mercato politico.

Il guardasigilli ha dovuto arroccarsi contro una pausa della sua cosiddetta riforma, anche se fosse stato tentato da un compromesso in un momento di debolezza, o di apnea notturna. Si è arroccato smentendo di fatto la smentita — scusate il bisticcio verbale — opposta dal presidente del Consiglio alla notizia della minaccia delle dimissioni rivoltagli dal ministro in caso di sospensione appunto, anche per soli sei mesi, della prescrizione che porta ormai il suo nome. Eppure la notizia era stata diffusa dalla Stampa attingendola “in ambienti vicini all’avvocato Guido Alpa”, amico, maestro e almeno qualche volta anche socio di affari legali di Conte prima che diventasse presidente del Consiglio. Significherà d’altronde pure qualcosa il fatto che l’avvocato Alpa, almeno sino al momento in cui scrivo, non abbia smentito nulla.

RISCHIO CRISI DI GOVERNO

La situazione insomma resta a rischio di crisi, come ha titolato Repubblica in apertura della prima pagina. La maggioranza rimane avvolta nella nebbia del viaggio parlamentare del disegno di legge che dovesse uscire dal Consiglio dei Ministri senza il consenso dei renziani, determinanti al Senato per la sopravvivenza del governo. Il treno giallorosso non corre certo alla velocità della “Frecciarossa” sinistramente approdata sulle prime pagine dei giornali, ma non per questo non rischia anch’esso di deragliare sullo scambio della prescrizione inserito nella cosiddetta legge spazzacorrotti. Che fu approvata — non dimentichiamolo — da un governo e da una maggioranza gialloverde, composta cioè dai grillini e dai leghisti. I quali ultimi si erano illusi di poter imporre in tempo utile la riforma del processo penale, vanificando peraltro con la crisi d’agosto dell’anno scorso le già scarse e residue possibilità di farcela.

 

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