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Che cosa succede fra Di Maio e Salvini

I Graffi di Damato sulla sostanziale offensiva aperta dal vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio contro l’omologo leghista Matteo Salvini sul versante degli sbarchi che stanno per riversarsi in Italia 

Con l’esperienza maturata tra la Farnesina e Palazzo Chigi, e con la maggiore visibilità ottenuta assumendo la presidenza del Pd dopo l’elezione di Nicola Zingaretti a segretario, Paolo Gentiloni ha saputo anticipare di almeno 24 ore il tentativo -si vedrà se politicamente omicida o suicida- del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio di importare nel governo e nella maggioranza gialloverde la guerra scatenata, o peggiorata, in Libia dal generale Khalifa Haftar. Che certamente non è uno sconosciuto a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto con tutti i riguardi possibili il 6 dicembre scorso, poco più di quattro mesi fa, per un colloquio di quasi due ore con Giuseppe Conte.

IL CONFLITTO LIBICO ENTRA NELLA MAGGIORANZA DI GOVERNO

“Il governo finirà per cadere proprio sul conflitto libico”, aveva detto ieri Gentiloni in una intervista a La Stampa lamentando gli effetti dell’isolamento procuratosi dall’esecutivo gialloverde in sede europea e mondiale con posizioni contraddittorie o evasive, nonostante l’apparenza di una intensa attività diplomatica rappresentata da viaggi, incontri, telefonate e quant’altro. Il giorno dopo, per niente trattenuto dalla previsione o dal monito di Gentiloni, il capo del movimento delle 5 stelle in persona si è messo a soffiare un po’ troppo libeccio su Roma con una intervista sostanzialmente antisalviniana al Corriere della Sera sui riflessi migratori della situazione aggravatasi nel paese che esporta più disperati di ogni altro dalle spiagge africane.

“Di Maio, sfida sui porti chiusi”, ha titolato su tutta la prima pagina il più diffuso giornale italiano riferendo della sostanziale offensiva aperta dal vice presidente grillino del Consiglio contro l’omologo leghista sul versante degli sbarchi che stanno per riversarsi in Italia con le seimila persone in fuga da Tripoli e le altre diecimila già spinte dai trafficanti sulle coste contando sulla crisi ulteriore della sorveglianza marittima di Tripoli.

DI MAIO RIMBROTTA SALVINI SU PORTI E AMICIZIE

Oltre ad avvertire Salvini di togliersi praticamente dalla testa l’idea di ripetere il clichè delle chiusure consentitegli dai grillini nella scorsa estate con incidenti anche di tipo giudiziario, come quello della nave della Guardia Costiera Italiana “Diciotti” fermata col suo carico di 170 migranti nel porto di Catania, Di Maio è tornato a rinfacciargli i rapporti privilegiati con quei paesi europei, tipo l’Ungheria di Orban, che sono i più intransigenti nel rifiutare una distribuzione dei profughi all’interno dell’Unione. E’ una contraddizione oggettiva, su cui Salvini sorvola disinvoltamente ma che rischia di esplodere come una bomba in mano a lui e a tutto il governo già prima delle elezioni europee di fine maggio. E figuriamoci dopo, se dalle urne dovesse uscire rafforzato quello che lo stesso Salvini chiama “sovranismo”, destinato peraltro a farsi sentire anche sull’applicazione delle regole economiche e finanziarie dell’Unione, e non solo sul fronte migratorio.

TUTTE LE CONTRADDIZIONI DELLA MAGGIORANZA GIALLOVERDE

Le contraddizioni della maggioranza gialloverde, e i limiti sempre più stretti del “contratto” di governo stipulato meno di un anno fra i due partiti che la compongono, stanno sempre più arrivando al pettine, e anche crescendo. Lo dimostra, fra l’altro, il conflitto politico scoppiato sul Campidoglio, dove i grillini cercano di proteggere la sindaca Virginia Raggi alleggerendola dei debiti con l’aiuto dello Stato e i leghisti, opponendosi, cercano invece di spingere verso la crisi per anticipare le elezioni di due anni a Roma. Dove Salvini, sempre lui, ormai pentito pubblicamente di avere aiutato con Giorgia Meloni nel 2016 la Raggi a prevalere nel ballottaggio contro il candidato del Pd Roberto Giachetti, ha più di un candidato o di una canditata in testa per tentare l’assalto capitolino. E chiudere quella “marcia” che Gad Lerner gli ha appena rimproverato su Repubblica di avere cominciato il 28 febbraio del 1985 col raduno in Piazza del Popolo “fra gli applausi delle falangi di Casa Pound”. E così Repubblica coglie forse l’occasione anche per riposizionarsi rispetto alla sindaca a cinque stelle in carica, non lasciando più solo Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio a proteggerla.

 

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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