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Che cosa succede tra i 5 Stelle

5 Stelle

I Graffi di Damato sulle lamentele dei senatori 5 Stelle per i troppi poteri concentrati nelle mani di Luigi Di Maio

Diviso nella lontana New York tra le festose frequentazioni del Palazzo di Vetro dell’Onu, dove ha fatto l’esordio da ministro degli Esteri, affiancato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, e di una pizzeria italiana, dove ha partecipato a suo modo alla battaglia della mitica Greta per salvare il pianeta, affiancato questa volta dal ministro e compagno di partito Sergio Costa, appena confermato all’Ambiente, Luigi Di Maio dev’essere rimasto maluccio apprendendo le notizie giuntegli da Roma. Dove 70 dei 103 senatori 5 Stelle hanno tentato di fargli la festa in un’assemblea, diciamo così, infuocata. Non sono volate contro di lui solo grida, ma anche parole scritte in un documento che una certa carità di movimento, gestita dal vice presidente del gruppo che presiedeva l’assemblea, non ha fatto mettere ai voti.

LA CONTESTAZIONI DEI SENATORI 5 STELLE

Il solito Mario Giarrusso, noto per quelle vecchie riprese televisive e foto in baldanzosa richiesta di manette all’uscita da una riunione della giunta del Senato per le autorizzazioni a procedere, è stato il più esplicito a contestare i troppi poteri concentrati nelle mani di Di Maio all’interno del movimento 5 Stelle e, visto che si trovava, anche la sua scarsa competenza, per ragioni non foss’altro di età e di esperienza nel settore, per fare il capo della diplomazia italiana.

Si sono levati dal gruppo pentastellato del Senato richiami all’”elevato”, garante e quant’altro del movimento, cioè Beppe Grillo, perché intervenga a rimettere ordine o misura. E a non cavarsela, come al solito, con qualche battuta nei suoi spettacoli di comico in teatro o sul suo blog personale, magari fingendo di parlare direttamente con Dio, come ha preso l’abitudine di fare durante la crisi agostana di governo, quando è intervenuto per dettare la linea a favore dell’alleanza di governo con il Pd e della conferma di Conte a Palazzo Chigi.

È augurabile che almeno questa volta, vista la dovizia di particolari pubblicati da un po’ tutti i giornali, con la sola eccezione, almeno in prima pagina, del distratto — una volta tanto — Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, il giovane capo — ancòra — del movimento delle 5 stelle eviti di sentirsi e dichiararsi vittima di notizie false, diffuse ad arte da una stampa perfida e prevenuta per danneggiarne l’immagine e il lavoro nel quale è impegnato. E di cui fa parte in questi giorni la preparazione, la regìa e quant’altro dell’elezione dei nuovi capigruppo parlamentari, dopo la promozione al governo di quelli uscenti. È un lavoro diventato particolarmente difficile alla Camera per la maggiore presenza e partecipazione degli amici del presidente di Montecitorio Roberto Fico, non proprio in linea con Di Maio, e al Senato per i numeri, al solito, molto stretti della maggioranza di governo, per cui malumori non gestiti con la necessaria accortezza potrebbero provocare seri e irreparabili danni.

LA CANDIDATURA DI TONINELLI A CAPOGRUPPO

Forse è anche per questo che sembra avere perso quota nelle ultime ore la candidatura a capogruppo pentastellato al Senato dell’ex ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, cui lo stesso Di Maio sembra che avesse pensato per compensarlo del posto negatogli al governo, dopo le notissime vicissitudini del no-Tav affossato alla fine dal presidente del Consiglio in persona. Che decise di dire sì facendo poi finta di non accorgersi di una mozione presentata proprio al Senato dai grillini per cercare di sconfessarlo, con la scusa di impegnare ancora per il no l’assemblea di Palazzo Madama, anziché il governo. La mozione fu naturalmente bocciata per la convergenza fra le opposizioni e i leghisti, ancora per qualche ora partecipi della maggioranza gialloverde. Ma ormai è storia vecchia, anzi vecchissima, nonostante risalente solo al mese scorso: esattamente il 7 agosto.

 

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