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Chi difende ancora (e chi no) il Pd

Pd

Cosa succede all’interno del Pd, oramai ad un bivio. Fatti, numeri e perplessità 

Il Pd è a un bivio tra chi vuole salvare il salvabile e chi ritiene che sia tutto da rottamare.

Chi non vuole più il Pd

Il risultato delle ultime elezioni Politiche, definito “non catastrofico” da Letta, è invece considerato assai deludente da una buona fetta del partito. Il deputato Roberto Morassut, già sottosegretario all’Ambiente nel governo Conte II, è stato tra i primi a proporre di cambiare nome al Pd in “Democratici” così da liberare il partito dalle correnti. Durante la direzione del Pd ha ribadito la sua proposta come unica possibilità di ripartire “dal basso”. Anche Matteo Orfini ritiene che il Pd vada sciolto e rifondato perché ha perso la sua funzione originaria ed è diventato solo uno strumento per mantenere lo status quo. Ma, a far rumore sono state soprattutto le parole dell’ex ministro Rosy Bindi che è una delle fondatrici del Pd. “Il congresso è accanimento terapeutico, i dem vadano verso lo scioglimento”, ha ammonito la Bindi auspicando che i democratici ricostruiscano il campo progressista insieme al M5S.

Chi lo difende ancora

Anche Massimo D’Alema ritiene indispensabile il dialogo con i Cinquestelle, ma non evoca lo scioglimento del partito. Sia il segretario uscente, Enrico Letta, ma anche uno dei suoi possibili successori, il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, hanno escluso sia lo scioglimento del partito sia che il simbolo del Pd possa cambiare.

Perché era nato il Pd?

La morte del Pd segnerebbe il fallimento di u progetto nato nel 2007 con l’intento di rappresentare, in nome della ‘vocazione maggioritaria di stampo veltroniano, tutto il campo progressista proprio com’è capace di fare il Partito Democratico statunitense. In realtà, l’idea di unire le due principali culture politiche italiane, quella cattolica democratica e quella progressista, viene da lontano. Il ‘compromesso’ storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, che di fatto non vide mai la luce a causa del rapimento e dell’uccisione dell’allora presidente della Democrazia Cristiana. Quella tragedia ha, di fatto, rallentato un processo che è ripreso solo dopo la caduta del muro di Berlino e lo scoppio di Tangentopoli. Solo dopo la nascita dell’Ulivo, nel 1996, all’interno del centrosinistra italiano è tornato di moda parlare di partito unico. Prima che ciò avvenisse, però, sono dovuti passare altri dieci anni nel corso dei quali è nata la Margherita e il Pci si è trasformato in Pds-Ds.

Cosa dicono le urne

Ora i risultati delle ultime due tornate elettorali dimostrano che il Pd attuale prende meno voti di quanti riuscivano a racimolarne i Ds e La Margherita negli anni ’90. Il 18% ottenuto dal Pd di Renzi nel 2018 e il 19% ottenuto da Letta il 25 settembre scorso sono cifre ben lontane dal 17-20% e dal 10-14% che, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2008, prendevano rispettivamente i Ds di Piero Fassino e La Margherita di Francesco Rutelli. Già questo sarebbe un motivo più che valido per separarsi di nuovo.

Perché il Pd non dovrebbe separarsi

D’altra parte, però, tornare agli antichi nomi non ha mai aiutato a risalire nei sondaggi. Il caso più eclatante è senza dubbio Forza Italia, ma anche l’infinita serie di ‘Democrazia Cristiana’ rinate dopo il 1994 non ha mai riscosso grande successo. Ed è anche per questo che nessuno, tra i democratici, propone di sciogliersi per separarsi o per ricreare vetusti soggetti politici.

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