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Chi e come contesta la riforma della Giustizia

riforma della giustizia

I Graffi di Damato

Nella foga della polemica con i leghisti per la sostanziale bocciatura come “acqua fresca” della riforma della giustizia predisposta dal guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede i grillini sono paradossalmente riusciti a soccorrere l’odiato Silvio Berlusconi proprio nel momento della sua maggiore debolezza, mentre gli esplode fra le mani il partito. Dove la corte si è ulteriormente ristretta e praticamente aumentano, nella solita voglia di saltare sul carro del vincitore, i simpatizzanti di Matteo Salvini.

IL RUOLO DEL PARTITO DEL CAV

Quando Bonafede, spalleggiato dal vice presidente grillino del Consiglio e capo del movimento Luigi Di Maio, cerca di liquidare le obiezioni di Salvini, e della ministra leghista Giulia Bongiorno che lo fiancheggia come avvocato sotto tutti i punti di vista, riconducendole alla politica e agli interessi di Berlusconi, appunto, fornisce a quest’ultimo un argomento nella polemica con i dissidenti di Forza Italia, o come altro ha in testa di chiamare il suo partito il Cavaliere alla ricerca di un’Italia diversa da quella attuale. Che pure è nata o cresciuta, come preferite, grazie anche a lui che, bene o male, l’ha governata a più riprese, direttamente o indirettamente, per buona parte della cosiddetta Seconda Repubblica. E ciò senza parlare del sostegno da lui dato ad alcuni protagonisti della Prima Repubblica, quando era “solo” un imprenditore, con tre reti televisive a disposizione e contorni vari.

I SUBBUGLI IN FORZA ITALIA

Che bisogno c’è di cambiare e di pensionarmi -potrebbe dire Berlusconi ai malpancisti del suo partito- se siamo ancora protagonisti e facciamo tanta paura ai nostri vecchi e nuovi avversari? E così anche il governatore della Liguria Giovanni Toti, inventato politicamente dal Cavaliere selezionandolo fra i giornalisti delle sue televisioni, può essere rimosso da un giorno all’altro da “coordinatore” di Forza Italia e praticamente costretto all’uscita, sulle orme di Gianfranco Fini prima e di Angelino Alfano poi, ai tempi del Pdl.

Toti può ben considerarsi, a dispetto delle ambizioni che nutre, come quelli che lo hanno preceduto nella pratica del dissenso e infine della rottura col Cavaliere, il trentacinquesimo delfino spiaggiato dopo i 34 cetacei morti da gennaio nelle acque del Tirreno, di cui gli ultimi tre in soli tre giorni. In una cosa Berlusconi non sbaglia, neppure nelle dimensioni elettorali via via più ridotte del suo partito, e nella sonnolenza che ogni tanto lo prende per comprensibilissime ragioni di età: nel prevedere scarsa fortuna per chi lo abbandona condannandosi o alla marginalità o al cambiamento di mestiere, o ritorno a quello originario.

D’altronde, anche chi soffre, nella corte che gli è rimasta accanto, della continua crescita di Salvini ha poco da recriminare contro il Cavaliere, avendone condiviso l’anno scorso il permesso accordato al leader del Carroccio di fare il governo con i grillini, pur di non andare alle elezioni anticipate e di non certificare ulteriormente la realtà del centrodestra a trazione leghista uscita dalle urne del 4 marzo col sorpasso del Carroccio su Forza Italia.

SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE

Oltre al paradosso del soccorso a un Berlusconi mai così in difficoltà come adesso, i grillini compiono un falso storico quando ne evocano il fantasma dietro la separazione, per esempio, delle carriere fra pubblici ministeri e giudici reclamata dai leghisti. Prima ancora che Berlusconi scendesse in politica, o vi salisse, come lui preferisce dire, la separazione delle carriere era stata condivisa da un magistrato come Giovanni Falcone. Non dico altro.

LA “RIFORMA” DELLA GIUSTIZIA GRILLINA

Falso, sul piano della lotta alla prescrizione condotta dal guardasigilli, sino a inserirne la fine con la prima sentenza in una legge dall’enfatico titolo di “spazzacorrotti”, è anche l’argomento usato da Bonafede della correzione garantista, o garantistica, costituita dalla durata del processo penale fissata dalla riforma in sei anni, peraltro rispetto ai nove originariamente proposta dal ministro della Giustizia. Non ha la dignità, diciamo così, di una garanzia qualsiasi limite, di nove, sei e anche meno anni ancora, a violare il quale -e per manifesta negligenza affidata al giudizio dei suoi colleghi- un magistrato rischia solo una misura disciplinare. Che non può essere certo una sufficiente consolazione per l’imputato a vita, una volta che la prescrizione è cessata con la prima sentenza di condanna. Di questo la ministra Bongiorno ha sicuramente maggiore esperienza di Bonafede come avvocato. E le è facile anche difendersi dall’accusa di volere boicottare le intercettazioni, limitandone la diffusione, dopo gli scontri avuti su questo terreno nelle scorse legislatura da esponente finiana del centrodestra proprio con l’odiato Berlusconi.

Ci vuole obiettivamente del coraggio a chiamare riforma della giustizia quella proposta dai grillini e a liquidarne le critiche imprecando contro gli errori comportamentali e d’altro tipo che il leader leghista compie nelle funzioni di governo e di papà, a proposito del figlio scorrazzato dalla scorta -scusate il bisticcio delle parole- su una moto d’acqua della Polizia.

 

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