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Cittadella Taranto

Cittadella della Carità, cosa rischia l’Arcidiocesi di Taranto per salvare la Fondazione

Nuovo capitolo della lunga telenovela sulla Cittadella della Carità di Taranto: per salvare i conti dell’Rsa, il vescovo sarebbe pronto a esporre la curia per diversi milioni di euro

La crisi della Cittadella della Carità rischia di presentare il conto anche all’Arcidiocesi di Taranto. Non più soltanto ai lavoratori, ai creditori e alla struttura sanitaria, ma direttamente alle casse e al patrimonio della Curia. Nel nuovo piano concordatario, infatti, l’Arcidiocesi sarebbe chiamata a mettere sul tavolo 1,7 milioni di euro a fondo perduto, altri 2 milioni legati ai flussi di cassa del ramo Rsa e, secondo quanto emerge dalla documentazione depositata, anche beni immobiliari a presidio degli impegni assunti.​ Una domanda a questo punto sorge spontanea: chi ​s​osterrà il peso della croce se il piano non dovesse reggere​?

L’ANTEFATTO

Senza ricostruire ab origine i molti capitoli di un calvario che si protrae da  anni, si riavvolga il nastro al 2024, ossia l’anno a cui risale la prima istanza di concordato e in cui la Fondazione Cittadella della Carità – l’ente morale che gestisce la struttura sanitaria fondata da Mons. Guglielmo Motolese – muta in Fondazione Impresa.

Un passaggio decisivo, dal momento che la modifica statutaria amplia il campo d’azione dell’ente, consentendo l’ingresso di soggetti attivi nel settore sanitario. Ed è proprio su questa nuova impostazione che prenderà forma il partenariato con Neuromed, il gruppo dell’europarlamentare Aldo Patriciello, che arriverà poi a esprimere la maggioranza nel Cda.

L’ESPLOSIONE DELLA CRISI

Nel frattempo la situazione finanziaria precipita. A dicembre la Regione parla di un’esposizione debitoria di circa 25 milioni di euro. RaiNews riferisce di stipendi e tredicesime arretrate e del rischio per tutti i posti di lavoro. L’emergenza coinvolge anche la politica: il Comune di Taranto porta la vertenza al tavolo della Task Force regionale, con l’obiettivo di salvaguardare continuità assistenziale e occupazione. Nel febbraio 2025, secondo la ricostruzione del Corriere di Taranto, il debito ammonta a 12 milioni verso le banche, 6 milioni verso i fornitori e 7 milioni verso Erario e lavoratori, oltre al Tfr ante 2007. I lavoratori, circa 160, accumulano arretrati salariali e tredicesime.

IL NUOVO CDA E IL RUOLO DI GIUSEPPE GALEONE

Nel febbraio 2025, l’arcivescovo Ciro Miniero scioglie il Consiglio di amministrazione. Nel nuovo cda entrano 3 figure: Giuseppe Straziota, espressione di Neuromed; Luigi Cianciotta, il consigliere nominato dalla Curia di Taranto; e Giuseppe Galeone, persona estranea al mondo ecclesiale tarantino, ma socio della Soave Sanità srl (al 15%), ossia il veicolo attraverso cui Neuromed era già entrata nella gestione delle attività sanitarie della Cittadella.

Galeone diventa quindi  presidente del Cda della Cittadella e poi, su nomina diretta del vescovo, anche Commissario Arcivescovile dell’Ente diocesano Opera Maria Immacolata, che gestisce la RSSA di Casa San Paolo a Martina Franca.

Inizia dunque una nuova fase della procedura, con il nuovo assetto della Fondazione. Nella partita entra anche Marcello Bernardini, patron della omonima clinica privata e uomo stimato negli ambienti ecclesiali di Taranto, inizialmente interessato a rilevare la Cittadella e successivamente divenuto creditore dopo aver acquistato alcuni dei debiti dell’ente.

COSA IMPEGNA L’ARCIDIOCESI PER SALVARE LA CITTADELLA

Ed è qui che si apre un nuovo capitolo di questa travagliata vicenda. Secondo fonti di Policy Maker, dopo la bocciatura del precedente piano di concordato da parte del commissario giudiziale Dario Lupo, pochi giorni fa Galeone avrebbe depositato una memoria di modifica che coinvolgerebbe direttamente l’Arcidiocesi di Taranto.

L’atto, previsto dagli articoli 90, comma 2, e 92 del Codice della crisi d’impresa, e depositato nel procedimento unitario numero 193-2/2024, pendente davanti al Tribunale di Taranto e seguito dal giudice Federici, prevede un intervento finanziario della diocesi articolato su più livelli.

Il primo è un versamento di 1,7 milioni di euro a fondo perduto. Si tratta quindi di una somma che l’Arcidiocesi si impegnerebbe a mettere direttamente a disposizione della Cittadella senza prevedere un corrispondente rimborso. A questa cifra si aggiungono 2 milioni di euro collegati ai flussi di cassa prodotti dal ramo d’azienda Rsa. Non dunque un ulteriore versamento immediato della diocesi, ma risorse che dovrebbero essere generate dall’attività della struttura e destinate al piano.

A ulteriore conferma degli sforzi della curia, ecco la lettera con cui il vescovo in persona comunica alla Cittadella le incombenze di cui si farà carico.

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LE GARANZIE IMMOBILIARI

C’è poi la questione delle garanzie, non meno importante. Alla memoria di modifica è allegato infatti l’elenco degli immobili messi a disposizione, per un patrimonio stimato in oltre 10 milioni di euro.

Qui, però, occorre fare una distinzione. Le visure catastali inserite nell’incartamento documentano la consistenza dei beni, ma non equivalgono automaticamente alla costituzione di un diritto reale di garanzia, come un’ipoteca. Resta quindi da chiarire sotto quale forma giuridica gli immobili della diocesi verrebbero effettivamente vincolati a sostegno dell’operazione.

LA CROCE SULLE SPALLE DELLA DIOCESI

Ce n’è comunque abbastanza per seminare sconcerto negli ambienti della diocesi di Taranto, tanto più che né il clero né il Consiglio pastorale sarebbero stati coinvolti nella decisione, nonostante le ricadute potenzialmente devastanti. Infatti, qualora la Cittadella non riuscisse a rispettare gli impegni assunti con i creditori, il peso della croce – è il caso di dire – graverebbe indirettamente su parrocchie, confraternite e associazioni collegate.

Così adesso sono in molti a chiedersi perché destinare 1,7 milioni di euro a fondo perduto a un’impresa che opera nel settore sanitario, sottraendo risorse che avrebbero potuto essere riservate alle attività pastorali, di culto e di carità, e senza coinvolgere la base diocesana.

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