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Come si agita Luigi Di Maio

Blockchain Di Maio

I Graffi di Damato

A furia di tagliare o rimodulare, come ha preferito dire il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avviando, conducendo e concludendo il negoziato con la Commissione Europea sui conti italiani del 2019, nel governo gialloverde qualcuno ha perso anche la memoria della propria identità politica. E ciò al punto da imitare il nemico di sempre, cui solo nella primavera scorsa negò persino una telefonata per non inquinare il proprio udito, anche a costo di rinunciare all’ambizione dichiarata in campagna elettorale di insediarsi a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio.

SUL VICEPREMIER E SUPERMINISTRO

Sto naturalmente scrivendo di Luigi Di Maio, capo del movimento delle 5 stelle sotto l’alta vigilanza di Beppe Grillo, vice presidente del Consiglio e superministro degli auspicabili ma per ora minacciati Sviluppo Economico e Lavoro.

Non basterebbe a Di Maio neppure tutta la disinvoltura dimostrata prima e dopo l’indubbio successo elettorale del 4 marzo scorso – e ciò che ne è conseguito a livello politico e persino istituzionale, con un Parlamento costretto a votare a scatola chiusa, e con tanto di fiducia, varie e contraddittorie edizioni della manovra finanziaria e del bilancio- per negare “il fattaccio” contestatogli dal manifesto con un fotomontaggio che lo propone accanto alla lista delle cose promesse e già realizzate.

IL FATTACCIO CONTESTATOGLI DAL MANIFESTO

In particolare, l’impertinente quotidiano nato nel 1969 dall’espulsione di un pezzo della sinistra dalle Botteghe Oscure, sopravvissuto a molte crisi editoriali ma mai minacciato di chiusura come in questa stagione di tagli al settore curata dal sottosegretario grillino all’editoria Vito Crimi, ha rinfacciato al trionfalistico annuncio delle realizzazioni di Di Maio “lo stile berlusconiano”.

In effetti, pure a Berlusconi quando gli è capitato di governare sfuggiva il piede sull’acceleratore della propaganda, specialmente se assistito nel salotto televisivo di turno da un conduttore tutto sommato amico, che furbescamente cercava di prendere le distanze dall’ospite con qualche sorriso di scuse implicite col pubblico per l’incapacità di contenere tanto entusiasmo più o meno in diretta.

E’ inutile, nel circa quarto di secolo trascorso dai preparativi e poi dall’irruzione di Berlusconi nella politica italiana, e appendici estere, egli è stato dai suoi avversari di turno tanto odiato quanto imitato. E più facilmente nel male che nel bene perché di bene, anche volendolo, è stato materialmente permesso di farne poco al Cavaliere per le mine politiche e giudiziarie disseminate lungo i suoi percorsi, e non solo per i limiti di un centrodestra un po’ troppo eterogeneo. Altro non direi, visto quello che ha poi saputo diventare la Lega, per non parlare del politicamente compianto Gianfranco Fini.

UNO STILE BERLUSCONIANO

Sono di stile berlusconiano anche la gestione alternativamente anarchica e autoritaria dei partiti che lo hanno via via contrastato e la selezione di quella che una volta si chiamava la classe dirigente in politica. Dove durante la cosiddetta Prima Repubblica si faceva carriera guadagnandosi i voti di preferenza e facendo poi tutte le anticamere necessarie -da relatore di leggi a presidente di commissione e a sottosegretario- prima di accedere alla guida di un Ministero, fosse pure senza portafoglio.

Già con l’esordio di Berlusconi in Parlamento cambiò tutto all’improvviso. E i candidati alle Camere selezionati con fotografie, video, abbigliamento e accessori dettarono il nuovo stile. L’obiettivo principale di Berlusconi, imitato -ripeto- da tutti, ma proprio tutti i suoi avversari, oltre che alleati, fu dall’inizio quello di sorprendere, più che di riformare e stabilizzare coniugando preparazione e realismo. Per poco il Cavaliere non rifilò come ministri della Giustizia e dell’Interno, a quanti lo avevano votato perché orfani dei leader decapitati con le inchieste sul finanziamento dei partiti, i due magistrati della Procura di Milano diventati famosi proprio per quella operazione: Pier Camillo Davigo e Antonio Di Pietro, in ordine rigorosamente alfabetico.

PRESCRIZIONE SOTTO L’ALBERO

Non dobbiamo poi meravigliarci più di tanto del ministro della Giustizia a 5 stelle che ha appena festeggiato l’innesco legislativo di quella bomba atomica – definita tale da una collega di governo come l’avvocato di maggiore esperienza Giulia Bongiorno–  che è la prescrizione valida dal 2020 solo sino alla prima sentenza, in modo che gli altri due gradi di giustizio potranno dilungarsi all’infinito. Così sarà buttato letteralmente nel cesso l’articolo della Costituzione che impone la “ragionevole durata” dei processi. Anche questo, a proposito, appartiene all’orgoglioso elenco dei fatti del governo gialloverde offerto agli italiani da Di Maio accanto all’albero di Natale allestitogli dal vignettista del Giornale della famiglia Berlusconi.

 

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