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Come si muovono Salvini, Di Maio e Renzi

I graffi di Damato

A quattro giorni dal sisma politico in Abruzzo, che ha tramortito i grillini costringendo, una volta tanto, il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio a 48 ore di silenzio e di riflessione; a due giorni dal “burattino dei suoi vice” presosi dal capo del governo Giuseppe Conte nell’aula del Parlamento europeo; mentre non si riducono ma aumentano i dossier critici della maggioranza gialloverde, dalla Tav alle autonomie regionali rafforzate, dagli emendamenti leghisti al decretone sul cosiddetto reddito di cittadinanza al voto in giunta al Senato nella prossima settimana sul no al processo a Salvini per la vicenda Diciotti, un no proposto dal presidente della stessa giunta, il forzista Maurizio Gasparri, tra i mal di pancia e i dubbi dei sette esponenti pentastaellati, nei piani alti del governo è tutta una ostentazione di sicurezza e di ottimismo.

LE RASSICURAZIONI DEL GOVERNO

Il presidente del Consiglio in persona ha annunciato ai due maggiori giornali italiani- Repubblica e Corriere della Sera – che non cadrà e che “il canto del cigno” è solo quello di chi lo ha attaccato e insultato a Strasburgo. Di Maio, forse deciso a riorganizzare il proprio movimento avvicinandolo al modello di un partito, se riuscirà a convincere Davide Casaleggio e il “garante”, “l’elevato” e quant’altro Beppe Grillo, ha assicurato che finché lui resterà in carica non ci sarà crisi di governo. Il che, in verità, è una pura ovvietà perché una sua caduta e la crisi sarebbero comunque le due facce di una stessa medaglia.

CONTRO UN RITORNO DEL CAVALIERE

In più, Di Maio ha aggiunto ai compiti del governo e della sua personale azione di sorveglianza quello di “argine” contro un ritorno di Silvio Berlusconi. Che il capo grillino teme, in particolare, al Ministero della Giustizia, visto che nel centrodestra la presidenza del Consiglio spetterebbe ormai a Salvini. Il quale, dal canto suo, ha negato che esistano argini di questo tipo da costruire o rafforzare.

Tuttavia nel portare il suo contributo alla garanzia del cosiddetto quadro politico, da vincitore delle elezioni regionali abruzzesi, e probabile replicante nelle elezioni regionali sarde del 24 febbraio, specie ora che si è assunto anche il compito di proteggere e mettere in sicurezza i pastori in rivolta, a Salvini è sfuggita un’espressione alquanto infelice, se non vogliamo dire infausta, nel linguaggio politico. “Il governo va avanti serenamente”, ha detto testualmente il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno.

LA FINE DEL “SERENO”

Si fa presto in Italia a promettere e annunciare la serenità. Ne sa qualcosa Enrico Letta. Che a Palazzo Chigi verso la fine del 2013 si sentì invitare appunto a stare “sereno” dal giovane collega Matteo Renzi, appena insediatosi alla segreteria del Pd. Ma che al telefono con un generale amico della Guardia di Finanza, se non ricordo male, si lamentava del fatto che il capo del governo in carica non fosse proprio adatto a quel compito. E infatti dopo qualche settimana gli fece dare il ben servito dalla direzione del Pd, all’unanimità, e lo sostituì personalmente cumulando le cariche di segretario del partito e di presidente del Consiglio, nello stile già sfortunato di Amintore Fanfani e di Ciriaco De Mita nella Dc della cosiddetta prima Repubblica.

INTANTO RENZI TORNA… IN LIBRERIA

Renzi, peraltro diligente senatore di Scandicci, come preferisce definirsi, è appena tornato in libreria per descrivere, annunciare, promettere già nel titolo del volume “un’altra strada”. Ma quel diavolo, quell’impertinente di Salvini, peraltro senatore pure lui, lo ha proceduto riproponendo il suo disinvolto uso ed esercizio della serenità, in vista probabilmente delle elezioni europee di fine maggio. Che temo, per il governo, difficilmente archiviabili come quelle abruzzesi di domenica scorsa.

 

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