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Coronavirus, come cambia l’attività di lobbying

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L’intervento di Fabio Bistoncini, fondatore e ad di Fb&Associati  sulle evoluzioni del processo decisionale e dell’attività di lobbying

Con il “distanziamento sociale” che, in attesa di un vaccino, è diventato il nuovo paradigma di declinazione delle nostre vite, si evolvono anche le dinamiche della scena istituzionale e dei rapporti tra imprese e politica, incluso l’attività di rappresentanza degli interessi.

Le organizzazioni complesse sono state costrette a rivedere radicalmente e in pochissimi giorni le priorità, l’agenda, le modalità di lavoro e, in molti casi, il modello organizzativo. Con un’intensità proporzionale all’impatto che la pandemia ha avuto sul proprio settore o mercato di riferimento.

In questo contributo mi soffermo in particolare sulle evoluzioni che stanno caratterizzando gli asset principali di sistema, ovvero i Gruppi di Interesse, il processo decisionale e l’attività di lobbying in sé.

I GRUPPI DI INTERESSE

Le nuove priorità (ad esempio salvaguardare la salute dei propri dipendenti, gestire la chiusura parziale o totale delle attività produttive o dei propri punti vendita, riorganizzare la capacità di offrire servizi consulenziali) hanno determinato immediatamente nuove peculiari esigenze – informative, organizzative, di risorse economiche o finanziarie e creditizie – e certamente hanno definito anche la nuova agenda e i nuovi obiettivi dell’attività di lobbying che per lo più si sono affiancati ai “vecchi”.

I gruppi di interesse quindi hanno adattato la propria strategia al nuovo contesto confermando quanto dico da tempo sulla “strategia adattativa”: un approccio a cui nessun lobbista che si rispetti può ormai rinunciare in considerazione dei cambiamenti radicali che il contesto politico-istituzionale di riferimento ha subìto in questi ultimi anni e che sintetizzo velocemente con poche parole:

  • Velocità: l’agenda pubblica cambia velocemente e con essa le singole priorità;
  • Complessità: aumento della competizione tra gruppi di interesse, numerosi e diversi livelli decisionali, ecc.;
  • Alto tasso di emotività della società e della politica.

L’emergenza Covid-19 ha imputato ai c.d. corpi intermedi “storici/classici” – parti datoriali e sindacali – un ruolo di rinnovata rilevanza nel processo decisionale. La crisi li “rivivifica” e li pone così di fronte ad una imprescindibile sfida: innovare l’organizzazione interna al fine di garantire internamente ed esternamente, a dispetto di forze centripete e centrifughe, una capacità di intermediazione prima e di rappresentanza della relativa istanza poi.

IL PROCESSO DECISIONALE

I tempi e le modalità di propagazione del virus non sono stati omogenei investendo prima alcune regioni e poi altre: si è determinata un’arena di policy particolarmente affollata e a più livelli. Da un lato le Istituzioni nazionali, dall’altro le singole Regioni che, in virtù del titolo V della Costituzione, hanno la competenza in materia di Sanità – da qui una criticità che ha determinato spesso una competizione anche dal punto di vista normativo su tutti gli aspetti dell’emergenza, con attriti che in alcuni casi sono arrivati allo scontro istituzionale.

Tralasciando l’analisi della collaborazione/competizione tra Stato e Regioni, vorrei soffermarmi sull’arena decisionale a livello centrale ed in modo particolare su:

  • l’ampia produzione normativa;
  • l’accentramento della potestà decisionale in capo al Governo.

Dal 21 febbraio, giorno in cui il Ministro della Salute emana la prima ordinanza su COVID-19, ad oggi, la produzione normativa del solo livello nazionale ha riguardato:


L’emergenza ha amplificato questa situazione portando sotto gli occhi di tutti l’effettiva/reale marginalizzazione delle Camere ai confini dell’arena di policy. Ma anche nell’ambito dello stesso Governo, abbiamo assistito ad un accentramento decisionale in capo alla Presidenza del Consiglio che direttamente, o attraverso il “braccio” della Protezione civile, ha diretto anche dal punto di vista normativo l’emergenza COVID-19. Si tratta di atti del Governo o di singoli Ministeri, tipici di una situazione emergenziale, ma che di fatto “esautorano” il Parlamento, il cui ruolo viene relegato nel migliore dei casi a “ratificatore” di decisioni altrui (Decreti-Legge) oppure a semplice spettatore (DPCM e decreti ministeriali).

L’ATTIVITÀ DI LOBBYING

Vediamo ora in che modo i gruppi d’interesse stanno sviluppando la propria attività di sensibilizzazione del processo decisionale.

MODALITÀ

Le riunioni “fisiche” o gli incontri sono stati sostituiti da telefonate, videocall, riunioni on line, messaggi whatsapp. Sia per definire la posizione del gruppo d’interesse che per trasferirla al Decisore pubblico. E questo rappresenta una novità.

CONTENUTI

La costruzione di un contenuto credibile, fondato su dati e informazioni attendibili e verificabili, costituisce l’arma vincente nella contesa con gli altri interessi organizzati. Gli spazi a disposizione sono però limitati dal momento che l’attenzione del processo decisionale è quasi esclusivamente diretta alla gestione dell’emergenza.

Primeggiare in questo contesto è molto difficile. Le singole istanze possono essere prese solo se sono contestualizzate rispetto alla crisi in atto e se offrono una prospettiva di una soluzione (sia pur parziale) ad uno dei tanti problemi aperti che si accumulano.

CONCLUSIONI

In questo contesto, l’elemento che a mio avviso salta più agli occhi è la riaffermazione della “competenza” come valore.

Se infatti da un lato, soprattutto nella prima fase, coloro che possedevano la competenza sulla pandemia sanitaria sono stati forse poco ascoltati, a partire dai primi di febbraio i “tecnici” (Istituto Superiore di Sanità o il Comitato Tecnico Scientifico istituito nell’ambito della Protezione Civile o i vari Commissari nominati dalle Regioni) hanno acquisito un ruolo centrale.

A tutti i livelli, la politica ha negoziato e in molti casi ceduto spazio decisionale ad organi tecnici, affidandosi così alla loro competenza per giustificare decisioni anche dolorose in termini di libertà individuali. Il riequilibrio tra campo della politica e quello della validità scientifica non sarà facile né indolore. E in questa prospettiva, il concetto dell’“uno vale uno” è destinato ad andare definitivamente in soffitta. O almeno questo è il mio personale convincimento

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