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Cosa combinano i Pentastellati

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I Graffi di Damato sugli annunciati Stati generali dei Pentastellati slittati ad aprile 

Anche lui ispirato, condizionato e quant’altro dallo scenario di un Paese nel panico, specie dopo lo stato di emergenza proclamato dal governo per sei mesi di fronte all’interruzione della famosa e decantata Via della Seta — ricordate? — a causa del coronavirus che la minaccia, il bravo Emilio Giannelli ha confermato ancora una volta quanto e come un vignettista riesca a raccontare, spiegare e commentare la politica italiana meglio non dico di un politico, che è sempre stato il meno indicato a farlo, ma di un politologo di professione e — ahimè — di un giornalista.

È letteralmente impagabile quel reggente del movimento grillino e vice ministro dell’Interno Vito Crimi immaginato sulla prima pagina del Corriere della Sera in un vertice della maggioranza giallorossa di governo che dice ai suoi interlocutori, tutti già protetti dalla mascherina: “Nei cinque stelle  non siamo in salute ma, vi assicuro, niente di contagioso”. Invece il contagio, quello politico naturalmente, c’è e si vede.

SLITTATI AD APRILE GLI STATI GENERALI DEI PENTASTELLATI

Spostati in aprile e forse anche oltre i cosiddetti e annunciati Stati Generali del movimento ancora maggiormente rappresentato in Parlamento — per quel 33 per cento dei voti conseguiti nel 2018, e passati al 14 con l’ultimo sondaggio, quindi al di sotto anche del 17 cui lo aveva ridotto l’allora alleato Matteo Salvini nelle elezioni europee di fine maggio dell’anno scorso — si sono allungati anche i tempi della cosiddetta verifica di governo pur avviata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Non mancheranno riunioni, incontri e quant’altro, per carità, ma saranno sempre, giocoforza, interlocutori perché bisognerà attendere di sapere, capire, intuire cosa vorranno fare da grandi i pentastellati, oltre che litigare o scannarsi ogni giorno più di quanto volessero e sapessero fare ai loro peggiori tempi i democristiani, di cui d’altronde i grillini hanno finito per prendere il posto “centrale” con quella smisurata e ormai artificiale presenza nelle Camere.

NOSTALGIA PER LA COLLABORAZIONE CON LA LEGA?

Vorranno — sempre i grillini continuare a stare insieme da separati o separarsi davvero? Ma in quanti per trasformare in fatti concreti la nostalgia che sembrano avere dei mesi di collaborazione pur suicida con la Lega di Salvini? E in quanti invece per partecipare al polo dei progressisti, come lo chiama il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che generosamente lo immagina guidato da quel grillino di complemento che è Conte, tanto bravo peraltro da far sognare anche i veterani della Dc desiderosi di un ritorno alla grande alla politica? E in quanti infine  per non stare organicamente da nessuna parte, né a destra né a sinistra, sognando a loro volta di essere in questa legislatura e in quella ancora successiva, sia pure a ranghi ridottissimi, anche per le dimensioni che avrà  il nuovo Parlamento, il cosiddetto ago della bilancia, come capitò a suo tempo  con un massino del 14 per cento dei voti a Bettino Craxi? Il quale per questo fu paragonato da un severissimo Eugenio Scalfari a Ghino di Tacco, che nella roccaforte di Radicofani taglieggiava i pellegrini diretti a Roma, o di ritorno.

In attesa di poter rispondere a tutte queste domande o curiosità il governo con mascherine incorporate, come lo rappresenta anche Stefano Rolli  sul Secolo XIX, prosegue il suo cammino tortuoso, preoccupato solo di una cosa che non è il contagio da polmonite cinese ma uno scioglimento anticipato delle Camere per qualche incidente scappato al controllo dopo il termine o scadenza che sembra avere messo in sicurezza queste Camere: lo svolgimento, davvero difficile da evitare a questo punto, del referendum del 29 marzo confermativo del taglio di 345 seggi parlamentari su meno di mille.

BONAFEDE NON MOLLA SULLA PRESCRIZIONE

Nel frattempo, detto per inciso, il guardasigilli Alfonso Bonafede, diventato anche capo della delegazione grillina al governo al posto del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si terrà stretta la “sua” prescrizione conteggiabile solo sino all’emissione della prima sentenza. E farà spallucce, tra un incontro e l’altro  sulla materia con chi dissente all’interno della maggioranza, anche al rischio appena denunciato dal primo presidente della Corte di Cassazione, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che per effetto della sua presunta riforma maturino 25 mila processi in più l’anno, se non si è capito male: processi che per i reati commessi dal primo gennaio scorso potranno durare all’infinito, magari con qualche sanzionetta disciplinare per i magistrati troppo pigri.

Senza volergli mancare di rispetto, per carità, ma parlando solo in termini politici, per niente personali, quel Bonafede in blu neppure a doppio petto nel cosiddetto Palazzaccio romano, tra gli ermellini della Cassazione alle prese con le temute conseguenze dei suoi progetti, sembrava un marziano più che un ministro della Repubblica.

 

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