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Difesa, serve riforma a costo zero per la programmazione pluriennale degli investimenti in italia

difesa

L’analisi di Michele Nones, vice-presidente dell’Istituto Affari Internazionali, sulla pianificazione pluriennale degli investimenti per la Difesa

Uno dei maggiori problemi della nostra difesa è da sempre quello di non avere alcuna certezza sull’entità dei finanziamenti disponibili negli anni successivi. La proiezione triennale della Legge Finanziaria è, infatti, poco più che indicativa e soggetta ai repentini cambiamenti dei nostri governi e delle loro scelte economiche.

La questione è aggravata dal fatto che le Forze Armate sono storicamente in affanno e in ritardo nell’ammodernamento degli equipaggiamenti che hanno un ciclo pluridecennale dall’avvio dello sviluppo alla conclusione della produzione e che tutti i nostri partner nei programmi di collaborazione internazionale utilizzano strumenti di pianificazione finanziaria pluriennale.

Tutti i soggetti coinvolti ne sono da decenni al corrente. Non è stata, quindi, una novità, se non per l’averla presentata ufficialmente, la proposta del Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa del 2015, dove al punto 160 si sosteneva: “appare ineludibile la scelta di sviluppare una legge pluriennale (sei anni), da aggiornare ogni tre, per i maggiori investimenti della Difesa, la quale fornirà sia stabilità alle risorse, sia la necessaria supervisione politica (del Governo e del Parlamento) delle scelte più rilevanti. La proiezione su sei anni ne consentirà l’allineamento con i cicli delle leggi di stabilità”.

I due principali obiettivi di questa proposta erano, quindi:

  • Dare certezza di pianificazione alle FF.AA. e all’industria, offrendo una visibilità di medio periodo sulle risorse e sui programmi sostenibili.
  • Offrire al Parlamento la sede per un efficace confronto sulle scelte da compiere nel campo degli investimenti e assicurare all’opinione pubblica un’adeguata trasparenza.

LA LEGGE SESSENNALE PER I GRANDI PROGRAMMI

Una legge sessennale efficace dovrebbe assicurare una programmazione nel medio termine, aggiornabile con cadenza triennale e inserita nell’ambito della programmazione finanziaria nazionale (legge 31 dicembre 2009, n. 196). Questo imporrebbe la modifica dell’articolo 536, comma 3, del Codice dell’Ordinamento militare, mediante l’inserimento di tale nuovo meccanismo di finanziamento per i maggiori programmi di sviluppo, acquisizione e supporto logistico necessari al conseguimento degli obiettivi delle Forze Armate, con particolare attenzione per quelli europei ed internazionali. Bisognerebbe, quindi, ricondurre in una pianificazione globale la duplice alimentazione attuale dei programmi da parte della Difesa e dello Sviluppo economico (a quest’ultimo dovrebbe restare solo il sostegno dei programmi di sviluppo aventi una caratteristica spiccatamente duale e, quindi, in grado di contribuire al generale processo di crescita tecnologica del nostro Paese).

Al di fuori dovrebbero restare i programmi volti a soddisfare i requisiti urgenti (che caratterizzano per definizione l’attività militare), quelli minori e i progetti finanziati dal Piano nazionale della Ricerca militare (che devono essere gestiti in modo flessibile e dinamico per fare fronte al costante e impetuoso sviluppo tecnologico del mondo odierno; forse si potrebbe, invece, inserire nella legge sessennale solo il valore dello stanziamento dedicato al Pnrm per evitarne ogni negativa fluttuazione).

Una conseguenza della nuova impostazione sarebbe l’aumento della trasparenza nella individuazione, scelta ed approvazione dei piani di investimento di interesse della Difesa e, al tempo stesso, la responsabilizzazione delle relative scelte politiche. All’atto della presentazione il ministro della Difesa dovrebbe illustrare al Parlamento il quadro generale delle esigenze operative delle Forze Armate, comprensivo degli indirizzi strategici e delle linee di sviluppo delle capacità, nonché l’elenco dei programmi in corso e il  relativo  piano  pluriennale  di  programmazione  finanziaria,  indicante  le  risorse  assegnate  a ciascuno di essi. Poi ogni anno fino alla scadenza triennale vi dovrebbe essere un aggiornamento sull’evoluzione dei programmi approvati. Questa attività parlamentare potrebbe essere concentrata in un’apposita sessione delle Commissioni Difesa da tenersi a inizio autunno in modo da fasarla con le scelte generali di finanza pubblica.

LE RESISTENZE E GLI OSTACOLI

La proposta, in realtà, appare così scontata da doversi domandare come mai il problema non sia già stato risolto da tempo, come è avvenuto in tutti i principali Paesi. Si può ipotizzare che sia la conferma della mancanza di una cultura della difesa e della sicurezza e della conseguente scarsa attenzione per i problemi di questo settore. O che, più semplicemente, non sia considerato un obiettivo pagante sul piano elettorale. O, ancora, che essendo una riforma a costo zero e tendenzialmente bipartisan, si presti poco alle costanti polemiche che stanno caratterizzando il dibattito politico italiano.

Ma si può sospettare che, sotto sotto, le resistenze e gli ostacoli vengano da molteplici aree che sarebbero coinvolte nel cambiamento:

  1. Nella Difesa, perché una pianificazione pluriennale irrigidirebbe le scelte sulla distribuzione delle risorse fra i diversi programmi e impedirebbe di farle condizionare annualmente dall’assetto del vertice delle Forze Armate e di tentare di ottenere finanziamenti settoriali, imponendo conseguentemente un effettivo approccio interforze; si irrigidirebbe, inoltre l’auspicato modello di ripartizione ottimale fra spese per il personale, il funzionamento e l’investimento (40-30-30).
  2. Nel Parlamento, perché questa impostazione costringerebbe a superare la procedura attuale (legge Giacchè 4 ottobre 1988, n. 436) che prevede il parere parlamentare su ogni singolo programma della Difesa consentendo spesso ai parlamentari di esercitare un’influenza ai propri fini elettorali e, ogni tanto, di attizzare strumentali polemiche politiche.
  3. Nello Sviluppo economico, perché si ricondurrebbe a unitarietà i finanziamenti sulla base dell’esigenze delle Forze Armate, evitando ogni interferenza politica e sociale, ma anche di lobbying industriale.
  4. Nell’Economia e Finanze, perché si ridurrebbe, seppur parzialmente, l’attuale discrezionalità nella preparazione della manovra di bilancio annuale.
  5. Nell’industria, perché la programmazione degli investimenti più importanti stroncherebbe ogni speranza di poter ottenere l’anno successivo, attraverso un’adeguata attività lobbistica, il finanziamento di un programma che risultasse escluso. Analogamente si eviterebbe la diffusa prassi di avviare programmi slegati dalle esigenze delle Forze Armate (ma inizialmente finanziate da altri fondi pubblici o da clienti esteri) che poi, per ragioni politiche e sociali, finiscono con il diventare di interesse della Difesa o addirittura prioritari.

Su questo terreno il nuovo ministro della Difesa Lorenzo Guerini potrebbe giocare la sua partita più importante per lasciare in eredità al nostro Paese una Difesa più efficace di quella che ha trovato. Sarebbe una riforma a costo zero, ma non per questo facile, viste le inevitabili resistenze al cambiamento del nostro sistema politico e statuale e, in particolare, degli interessi coinvolti in questo campo. Per questo dovrebbe mettere in campo la sua credibilità e capacità politica con un forte e diretto impegno personale. Se lo farà, potrà però contare sul sostegno di tutti coloro che hanno a cuore la difesa e la sicurezza nazionale di oggi, ma, soprattutto, di domani.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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