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Cosa dice il dossier ISPI “Dieci domande sul mondo che verrà”

Ispi – l’istituto italiano per gli studi politici – ha dedicato un Dossier speciale sviluppato in dieci domande e dieci focus su trend, paesi, elezioni, crisi, conflitti, leader e innovazioni chiave

Il 2018 è stato un anno di cambiamenti a livello internazionale tra l’inizio di una guerra commerciale tra Usa e Cina al ritiro annunciato di Washington da molti teatri internazionali, fino alla Brexit. Ma anche di notizie positive come i primi segnali di disgelo tra le due Coree, alla storica pace tra Etiopia ed Eritrea, al primo successo negoziale per lo Yemen. Con il nuovo anno si aprono una serie di scenari a cui Ispi – l’istituto italiano per gli studi politici – ha dedicato un Dossier speciale sviluppato in dieci domande e dieci focus su trend, paesi, elezioni, crisi, conflitti, leader e innovazioni chiave. Ecco cosa dice il dossier ISPI sul “Mondo che verrà”.

DOSSIER ISPI: L’EUROPA A PEZZI?

“Dopo il risultato del referendum britannico avevo previsto una trattativa di uscita con una Gran Bretagna unita di fronte ad un’Europa divisa. Ci siamo invece trovati di fronte ad uno scenario del tutto opposto: un’Unione Europea divenuta improvvisamente compatta di fronte a una Gran Bretagna che si è frammentata in mille pezzi, entrando in una delle peggiori crisi della sua recente storia – ha sottolineato nel dossier ISPI l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi – . Questo non significa che l’Unione se la passi bene ma ormai il processo di integrazione è andato così avanti da rendere drammaticamente difficile l’uscita anche per l’unico paese che di eccezioni all’integrazione ne aveva ottenute più di ogni altro”. Che le cose non vadano comunque bene, ha aggiunto Prodi, lo dimostrano paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna che “sono in profonda crisi. Dopo le grandi decisioni sul mercato unico, sull’allargamento e sull’Euro, siamo entrati in un periodo storico nel quale il prevalere delle politiche nazionali su quelle comunitarie ha progressivamente marginalizzato il ruolo della Commissione esaltando quello del Consiglio che, essendo la sede della rappresentanza degli Stati, non può che trasferire la responsabilità delle decisioni nelle mani degli Stati più forti. Di qui la politica dell’austerità che tanto ha contribuito a dividere i diversi protagonisti della politica europea”. Tuttavia, sottolinea l’ex numero uno della Commissione Ue “nonostante i diffusi allarmi, i partiti antieuropei, pur in crescita, sono oggi una minoranza. Il Partito Popolare Europeo, pur non scostandosi dalla sua tradizionale linea europea, si sta spostando a destra candidando Weber. Se liberali, socialisti e verdi dimostreranno un minimo di intelligenza politica presentendo un candidato unitario per la presidenza della Commissione e per le alte cariche europee si potrà dare vita ad una vera sfida a livello europeo, risvegliando l’attenzione e l’interesse di tutti i cittadini dell’Unione” sulle tre sfide fondamentali che l’Ue si trova ad affrontare: “Il completamento della politica monetaria con regole comuni per una progressiva armonizzazione delle politiche di bilancio”, “l’esercito europeo, la cui necessità è resa più evidente dalla richiesta americana affinché l’Europa provveda sostanziosamente alla propria difesa” e una “politica industriale e dell’ambiente volta all’innovazione e alla creazione di imprese europee capaci di essere protagoniste anche nei settori ora dominati da americani e cinesi. Solo la politica, ma una politica alta e con grandi obiettivi, può impedire che l’Europa finisca davvero in pezzi”.

TORNA LO SPETTRO DELLA CRISI ECONOMICA?

L’economia nel dossier ISPI. Negli ultimi due anni (2017 e 2018) l’economia mondiale è cresciuta del 3,7 per cento annuo, al netto dell’inflazione, con i paesi avanzati che – trainati dagli Stati Uniti – hanno fatto registrare un +2,5 per cento e i paesi emergenti vicini al +5 per cento, sostenuti dalla eccellente (e persistente) performance dei paesi dell’Asia sud-orientale, Cina e India prima di tutto. “Per il 2019 il Fondo Monetario si attende un rallentamento – osserva Francesco Daveri dell’università Bocconi e di Ispi -. Ma la domanda che si pongono tutti gli osservatori è se il ‘rallentamento’ assumerà lo sgradevole aspetto di una crisi mondiale di cui si è quasi perso il ricordo”. Ad oggi, “di crisi sul mercato immobiliare” che innescò la crisi del 2008 “non c’è traccia”. Ma a preoccupare gli investitori ci sono almeno due problemi: “Il primo è che una recessione potrebbe essere inflitta proprio dalle banche centrali, cioè da quelle istituzioni che hanno salvato il mondo dopo il fallimento di Lehman. La ragione è semplice. Proprio con il fallimento di Lehman, le banche centrali di tutto il mondo sono intervenute a sostegno delle banche e dei mercati azionari e obbligazionari, acquistando massicciamente titoli pubblici e privati che – in conseguenza di ciò – scomparvero dai bilanci delle banche commerciali, in tal modo liberandone preziose risorse di capitale e dunque migliorandone i coefficienti patrimoniali. Ma ora che le economie hanno ritrovato la strada della crescita tali interventi straordinari hanno perso la principale ragione di essere e sono dunque in via di smantellamento”. E poi c’è il rischio del protezionismo. “La presidenza di Donald Trump sta consolidando un nuovo scenario mondiale in cui l’interazione tra le grandi potenze non è più dettata dalle regole dell’ordine economico liberale sancite negli ultimi decenni. I dazi minacciati e parzialmente attuati dal presidente Usa hanno l’obiettivo di correggere le storture di funzionamento dell’attuale sistema globale di scambi”. Nel complesso, conclude Daveri “sia pure tra tante minacce, l’economia mondiale evidenzia tuttavia un andamento piuttosto solido che rende improbabile il rischio di una recessione mondiale nel 2019”.

IL DIFFICILE RAPPORTO TRA USA E CINA NEL DOSSIER ISPI

A Kerry Brown del King’s College di Londra è affidato invece il compito di dare risposta al difficile rapporto tra Usa e Cina nel dossier ISPI. Malgrado la tregua temporanea “le questioni di fondo restano, e non basterà una serie di riunioni a cambiare la situazione. L’economia cinese è ora pari a circa il 70% di quella statunitense in termini lordi. Al suo apice, quella giapponese negli anni Ottanta raggiungeva il 64%. Ancora prima, quando l’Unione Sovietica era la seconda potenza mondiale, il suo peso relativo era di gran lunga inferiore. Sono in molti a pensare che il periodo in cui l’economia del maggior concorrente si aggira tra l’80 e il 120% della propria sia la fase di massimo pericolo”. “Gli Stati Uniti di oggi guardano a una Cina che ha fatto progressi di gran lunga maggiori di quanto ci si aspettasse non solo dal punto di vista economico ma anche in campo tecnologico – ha aggiunto Brown -. In passato, i cinesi hanno parlato del periodo dal 2000 in poi come di un’opportunità strategica, in cui l’America era distratta da problemi in Medio Oriente e altrove. Ora, che piaccia o no, Pechino ha l’attenzione totale di Washington. E per molti intorno a Trump, dal suo consulente per la sicurezza Bolton al suo consulente economico Navarro, questo momento è un’opportunità strategica per affrontare la Cina prima che diventi troppo potente, troppo dominante, e che cominci a costruirsi un reale vantaggio tecnologico”. “Per molti versi, lo scontro commerciale è semplicemente un segnale di problemi più profondi. Per poterli affrontare saranno necessari profondi riallineamenti e trasformazioni sia da parte cinese, sia da parte statunitense, e probabilmente da parte di entrambe – ha concluso Brown nel dossier ISPI -. Non sarà facile, soprattutto considerate loro enormi differenze filosofiche e culturali. C’è solo da sperare che ci si riesca, per via dell’importanza delle relazioni Washington e Pechino. Il 2019 vedrà probabilmente un’intensificazione dello scontro commerciale, a meno che la Cina non decida di scendere a compromessi e aprire i suoi settori più protetti, dalle telecomunicazioni alla finanza e alla tecnologia”.

È FINITA L’ERA DEL TABÙ DEL RIARMO NUCLEARE?

È Carlo Trezza , ambasciatore, a commentare nel dossier ISPI il rischio recente di ritorno a una corsa agli armamenti nucleari. “La abbiamo già vissuta durante la guerra fredda al culmine della quale si calcola che si trovassero negli arsenali (principalmente di Stati Uniti e Unione Sovietica) ben 60.000 ordigni atomici. Arsenali da capogiro capaci di distruggere più volte il nostro pianeta! Oggi si calcola che siano intorno a 15.000. Una riduzione ‘drammatica’ che però continua a non consentirci di dormire sonni tranquilli. Con le attuali cifre, pur ridotte, gli effetti distruttivi e i rischi non sarebbero comunque molto diversi da quelli corsi durante la guerra fredda. Oggi ci troviamo nuovamente di fronte al rischio di una corsa al nucleare. Gli strumenti normativi in vigore non la proibiscono. La gran parte delle riduzioni di cui si è accennato sono avvenute unilateralmente e al di fuori di accordi internazionali: esse sono pertanto reversibili. La normativa attuale rimane imperniata sul Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) del 1970 che è riuscito ad arginare con successo il numero dei paesi che possiedono l’arma nucleare ma non ha potuto mettere in applicazione il suo Articolo VI che prevede il disarmo nucleare”. Secondo l’ambasciatore “il problema più serio oggi rimane il fatto che, invece di fare dei passi in avanti nel campo del disarmo nucleare, si stanno facendo passi indietro. Ne è una testimonianza l’annuncio americano di un prossimo ritiro di Washington dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) che aveva condotto all’eliminazione di un’intera categoria di missili nucleari russi e americani”. In sostanza “pur non disconoscendosi le riduzioni del passato, non si può ignorare che il trend attuale è quello di un ammodernamento delle testate nucleari e dei loro vettori. Si assiste oggi all’introduzione di sistemi missilistici e di ordigni nucleari sempre più sofisticati che consentono di colpire con crescente precisione e rapidità gli obiettivi sia militari che civili. Ciò può ridurre i cosiddetti ‘danni collaterali’ del loro impiego ma fa aumentare al tempo stesso la probabilità di tale impiego. La tecnologia della difesa anti missilistica, sinora appannaggio esclusivo degli americani, si sta diffondendo ad altri paesi dando origine ad una nuova dispendiosa rincorsa senza fine. Tutto ciò allontana, anziché avvicinare, l’obiettivo di un mondo privo di armi nucleari preconizzato dal Presidente Obama dieci anni fa e recepito allora pienamente dalla comunità internazionale. Di questo obiettivo si parla sempre meno: anche questo costituisce un passo indietro”.

RIVOLTA DELLE MASSE IN ARRIVO?

Tema salito alla ribalta con la rivolta dei gillet gialli in Francia, affrontato nel dossier ISPI da Yves Mény della LUISS School of Government, è quello delle mobilitazioni politiche di massa che sta vivendo il nostro tempo. Spiega Mény: “La mobilitazione di novembre e dicembre ci può dire molto sulle cause della sua radicale originalità, malgrado i limiti dovuti al fatto che le nostre osservazioni arrivano in un momento in cui il movimento si sta ancora sviluppando. In primo luogo va notato che questa esplosione sociale inaspettata coinvolge persone che non avevano alcuna affiliazione politica o sindacale e – per quanto sia possibile esprimere valutazioni in questa fase – erano depoliticizzate o disinteressate alla politica. Questa indifferenza nei confronti della politica era legata allo status (molti pensionati o lavoratori a basso reddito), al genere (le donne) e alla posizione geografica (campagna, piccole città in tutto il paese). Al contempo, il movimento ha espresso un forte rifiuto di tutte le organizzazioni politiche o sociali. In secondo luogo, la protesta non può essere definita come un ‘movimento sociale’ nel significato classico dell’espressione, poiché non coinvolge un gruppo sociale ben definito. Non i contadini né le piccole aziende, né i lavoratori né i piccoli commercianti e nemmeno i disoccupati, ma uno strano mix di tutti i gruppi sociali a basso reddito, con basse aspettative e senza prospettive per se stessi e per la propria famiglia”. Un gruppo molto eterogeneo caratterizzato da “anomia” “o, per usare le parole di Albert Hirschman, persone che avevano già scelto di ‘fare exit’ e che, all’improvviso, scelgono di esprimere la loro rabbia e le loro rivendicazioni – prosegue Mény -. Non c’è molto in comune tra questa folla eterogenea e disperata, se non la sconforto a livello sociale e la sfiducia a livello politico. Dato il contesto, non raro nei paesi democratici sviluppati, lo scoppio improvviso ha colto tutti di sorpresa. Com’è possibile che disordini e proteste abbiano coinvolto, così in fretta, un tale numero di persone, nonostante la dispersione e l’isolamento geografico, sociale e politico? Grazie ai social network”. Un secondo aspetto “è il ruolo svolto dalle donne in questo movimento di mobilitazione, così come è avvenuto anche nel caso delle manifestazioni locali di Torino e Roma. Pur essendo ancora meno numerose degli uomini, hanno svolto un ruolo cruciale nell’innescare e organizzare la protesta. Un terzo fattore da sottolineare è la totale mancanza di leadership, l’assenza di un programma (se non di una ‘lista della spesa’ delle rivendicazioni dei vari gruppi coinvolti) o di un’organizzazione strutturata, ostacolata da divisioni e divergenze interne e dalla mancanza di fiducia nei confronti di qualsiasi tipo di rappresentanza. Un quarto elemento è l’elevata dipendenza dai social network sia per l’informazione che per la comunicazione”. In conclusione “la democrazia rappresentativa si fonda su una convenzione che non funziona quando manca l’ingrediente di base che la rende possibile: la fiducia. Occorre stabilire un nuovo contratto politico e una certa dose di democrazia diretta dovrebbe farne parte, come è avvenuto all’indomani del primo movimento populista negli Stati Uniti alla fine del Diciannovesimo secolo. Le democrazie sono un insieme di elementi eterogenei aggregatisi nel corso degli anni. Il 2019 potrebbe essere uno spartiacque nella continua evoluzione dei sistemi democratici”.

È PARTITA L’ESCALATION RUSSIA-UCRAINA?

Secondo l’ambasciatore Sergio Romano i rapporti tra Russia e Ucraina potrebbero incorrere in un’escalation di tensioni nei prossimi mesi. Spiega Romano nel DOSSIER ISPI “Gli Stati Uniti, dopo l’annessione della Ucraina, hanno imposto alla Russia sanzioni economiche nella speranza di suscitare contro il regime di Putin il malumore della società civile; mentre la Russia, dal canto suo, fa altrettanto frapponendo ostacoli alle navi ucraine che attraversano lo stretto di Kerch per raggiungere i due porti ucraini sulle coste occidentali del mare di Azov. Dopo la perdita di Sebastopoli, Marjupol e Berdyansk sono divenuti le porte marittime di un Paese che è stato per molto tempo un prezioso granaio per i Paesi che si affacciano sul Mar Nero e sul Mediterraneo – ha evidenziato Romano -. I vecchi satelliti dell’Urss, ormai membri della Nato, considerano la Russia di Putin un nemico; mentre una larga parte della classe politica americana ha deciso di trattarla come una pericolosa reincarnazione dello Stato sovietico. La soluzione della crisi esisterebbe: una Ucraina neutrale nello spirito dei suggerimenti del vecchio Bush. Ma è considerevolmente cresciuto il numero di coloro che da una crisi credono di trarre qualche vantaggio; e ci siamo pericolosamente avvicinati al punto in cui ciascuno dei due contendenti crede che spetti all’altro fare un passo indietro. Paradossalmente queste crisi potrebbero essere più gravi di quelle che scoppiavano durante la Guerra fredda. Vi era allora in ciascuno dei due campi la convinzione che l’avversario avrebbe fatto uso del suo arsenale nucleare. Non possiamo essere sicuri che i giocatori d’oggi siano altrettanto prudenti”.

SARÀ L’ANNO DELLA RICOSTRUZIONE IN SIRIA?

“Dopo quasi otto anni di conflitto, Bashar al-Assad ha vinto la guerra civile e la Siria sta entrando in una nuova fase. Sebbene gran parte del paese rimanga al di fuori del controllo del governo di Damasco e la violenza continui a imperversare, l’attenzione nazionale e internazionale è sempre più rivolta alla fase post-bellica”. Lo spiega nel dossier ISPI Julien Barnes-Dacey dell’European Council on Foreign Relations secondo cui è probabile che nel 2019 “assisteremo a un significativo cambiamento nel dibattito sulla Siria e che la questione della ricostruzione si confermerà centrale nel continuo braccio di ferro che riguarda la legittimità e la sostenibilità della vittoria di Assad. È improbabile che si faranno molti passi avanti sul fronte della ricostruzione, anche se in parte è già in corso. Nei fatti, le necessità sono impellenti, ma il governo ha poche risorse disponibili e né i suoi alleati esterni, né i suoi oppositori riusciranno a racimolare i circa 300 miliardi di dollari necessari per rimettere in sesto il paese. Il dibattito resterà prevalentemente simbolico e si incentrerà su due visioni contrapposte del destino del paese”. In sostanza, ammette Barnes-Dacey è probabile che il prossimo anno “la ricostruzione proceda tra questi poli divergenti, anche se in un modo che, lentamente ma inesorabilmente, andrà a vantaggio del regime. È probabile che Damasco continui a fare passi avanti in un processo che non fa che attirare interventi dall’esterno”. In ogni caso i “bisogni impellenti del popolo siriano non saranno comunque soddisfatti, ma si potrebbe ulteriormente consolidare l’attuale situazione in favore del regime. La discussione non riguarderebbe più la transizione ma la gestione della sopravvivenza del regime stesso. Così facendo, si potrebbe iniziare a diffondere un senso di normalizzazione tale da soddisfare gli obiettivi fondamentali del regime a livello nazionale e internazionale”.

IRAN: DOPO LE SANZIONI, IL CAOS?

Per l’ambasciatore Luca Giansanti tra le incognite che ci può riservare il 2019, non è da prevedere una crisi della Repubblica Islamica iraniana dovuta alla politica di “maximum pressure” messa in atto dall’Amministrazione Trump: “Il ritorno delle sanzioni americane impatta sulla vita degli iraniani e soprattutto sulla classe media già impoverita dalle precedenti sanzioni in vigore fino all’attuazione dell’accordo sul programma nucleare (JCPoA – Joint Comprehensive Plan of Action). Gli iraniani soffriranno per la contrazione dell’economia, la carenza di medicine e prodotti alimentari, la volatilità dei prezzi e del tasso di cambio, eccetera. Tuttavia la storia della Repubblica Islamica testimonia di una particolare resilienza di fronte alle difficoltà”. Inoltre stavolta “le sanzioni non sono internazionali, ma unilaterali, quindi potenzialmente meno efficaci, e il paese non è isolato, in quanto beneficia del sostegno di Europa, Russia e Cina al JCPoA, oltre che di una rete di partners regionali (Turchia, Qatar, Oman) e internazionali, mentre gli USA non sono riusciti a creare una coalizione a sostegno della loro violazione del JCPoA e della risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU”. “Sul piano regionale, mentre continua a beneficiare indirettamente delle iniziative avventate di Riyad, l’Iran sta dando alcuni segnali di avere compreso l’opportunità di un approccio più costruttivo (da qui il sostegno alle Nazioni Unite in Yemen) o meno distruttivo (in Siria alcuni ripiegamenti tattici favoriti da Mosca hanno consentito di allontanare la prospettiva di uno scontro con Israele) – prosegue l’ambasciatore -. All’Europa spetta il compito di mantenere aperto il dialogo con Teheran sulle crisi regionali e, se possibile, di ampliarlo al tema del programma missilistico, che preoccupa entrambe le sponde dell’Atlantico. L’Iran è certamente sotto pressione, ma non sul punto di crollare. Mentre cercherà di gestire al meglio le sanzioni americane (vuoi aggirandole, vuoi grazie alle grandi economie asiatiche cui vende gran parte del petrolio), il suo sistema politico-istituzionale dovrebbe mostrare continuità più che svolte drammatiche. Maggiore incertezza regna sul fronte americano, dove non è chiaro se l’obiettivo perseguito sia quello di nuovi negoziati con Teheran (cui mirano i 12 punti illustrati dal Segretario di Stato Pompeo nel maggio scorso) o di un ‘regime collapse’ (se si interpretano correttamente alcune affermazioni del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton)”.

LIBIA 2019: L’ANNO DI HAFTAR?

Haftar, più che strategie militari, ha ordito piani politici che hanno indebolito il Government of National Accord (GNA) di Tripoli, un governo nato già fragile, così come il suo leader, Fajez al-Serraj. Nonostante quest’ultimo goda del supporto ufficiale delle Nazioni Unite e degli inviati speciali di UNSMIL, a Tripoli regna il caos, mentre Haftar sta a guardare, dall’alto delle dune del Fezzan”. È il commento di Federica Saini Fasanotti del Brookings Institution e di Arturo Varvelli dell’ISPI. “Haftar non ha guadagnato solo spazio a livello politico, ma anche a livello territoriale. Militarmente non ha mollato la presa sul deserto libico, arrivando fino ad alcuni capisaldi del Fezzan, alle porte della Tripolitania. Molti ritengono che questa sia la sua massima espansione, che il picco sia stato raggiunto e che la curva della sua fortuna politica non potrà che scendere”. Non solo. “Dopo un’estate molto difficile, soprattutto tra i vicoli di Tripoli, alcuni fatti positivi sembrano aver mosso le acque e portato un filo di speranza – proseguono Fasanotti e Varvelli nel dossier ISPI-. Una nuova roadmap sembra delinearsi e condurre a elezioni nella prossima primavera, anche se l’incertezza su questa scadenza continuerà a permanere nei prossimi mesi. Chi aveva premuto lo scorso 29 maggio a Parigi (principalmente il Presidente francese Macron) per una data certa delle elezioni (previste il 10 dicembre scorso) aveva un chiaro obiettivo: ribaltare la questione della legittimità del governo delle Nazioni Unite favorendo una vittoria politica di Haftar. Se dalle prossime elezioni uscisse una maggioranza, seppur relativa, vicina ad Haftar il gioco sarebbe fatto. Il generale potrebbe vantare un chiaro ruolo di leadership sorretto da una rinnovata legittimità internazionale. Ma in ogni caso, c’è da chiedersi se Haftar, soprattutto se le elezioni non si terranno, sarà disposto a deporre l’ascia di guerra contro l’ovest a favore di un sogno democratico sempre più flebile. Le necessità di stabilizzazione del paese e l’allineamento politico di alcuni attori internazionali sembrano in ogni caso spingere distintamente verso la sua direzione. Non è affatto chiaro tuttavia se questo sarà un processo istituzionalizzato e progressivo all’interno di un paese che si ricostruisce e che preserva gli equilibri interni e internazionali o sarà invece il risultato di uno sviluppo più rapido e violento”.

DOSSIER ISPI: ITALIA ISOLATA IN EUROPA?

“Siamo davvero isolati in Europa? Una risposta immediata e semplice, frutto di osservazione empirica, porterebbe a rispondere di sì: abbiamo posto dei problemi sul tavolo europeo e non abbiamo trovato alleati disposti a sostenerci, né consensi. Una disamina più attenta e articolata potrebbe, tuttavia, portarci a conclusioni meno univoche”. È quanto osserva Giampiero Massolo dell’Ispi evidenziando come i due problemi all’apice dell’agenda italiana a Bruxelles sono quelli della crescita (e di una più equa redistribuzione dei suoi dividendi) e dell’efficace gestione, non solo emergenziale e securitaria, dei flussi migratori. “Sarebbe difficile, d’altra parte, sottovalutare i costi dell’isolamento – ammesso che sia effettivamente perseguito – per un Paese come il nostro, che ha nelle esportazioni nell’area euro il cardine del suo sviluppo economico, nell’integrazione con le altre grandi democrazie occidentali la garanzia della sua stabilita politico-sociale, nel ‘vincolo esterno’ e nella convergenza un ancoraggio efficace per i conti pubblici e la produttività del sistema economico. E non saremmo neppure troppo credibili nel reclamare, come facciamo, più solidarietà europea nella gestione dei rischi sistemici in economia e nelle politiche securitarie e d’immigrazione, se facessimo poi mancare il nostro contributo, peraltro essenziale, al rispetto collettivo delle regole e alle misure di integrazione”. Ma la questione del nostro presunto isolamento non si esaurisce qui. “Le prossime elezioni europee potranno offrire un importante momento di verifica: si tratterà di trovare un equilibrio tra famiglie e coalizioni politiche tradizionali, talvolta restie a sperimentare soluzioni nuove, e ambizioni di forze politiche che si considerano interpreti più autentiche delle istanze degli elettori. Senza sopravalutare le effettive possibilità dei movimenti d’ispirazione populista a guadagnare terreno elettorale e delle forze più tradizionali a perderne, è verosimile che la situazione nel Parlamento Europeo dopo le urne di maggio possa divergere dall’attuale. Anche se la misura del cambiamento potrebbe essere meno dirompente di quanto si immagini – in ragione dell’intrinseca complessità di un’alleanza populista europea e del relativo rifiorire dello spirito europeo confermato da recenti sondaggi – la questione del cambiamento dei toni e della sostanza politica è ormai sul tavolo. E resterà – indipendentemente da quella che sarà la maggioranza nel nuovo Parlamento europeo – il nodo di fondo: quello della necessità di un aggiornamento delle ricette politiche e delle formule di Governo, per renderle coerenti con le attese popolari. Crescita, immigrazione, sicurezza saranno i parametri sui quali Europa e Governi saranno giudicati. La scommessa (e l’auspicio) è che l’attuale divaricazione tra forma e sostanza, tra Istituzioni e cittadini, tra tradizione politica e aspettative tenda a ridursi e che possa avviarsi pacificamente nei Paesi europei un nuovo percorso condiviso”. “In questa diversa prospettiva, l’isolamento italiano potrebbe rivelarsi un’illusione ottica e dissolversi per rivelare il vero problema comune: quello di come ricreare un nuovo rapporto di fiducia tra le Istituzioni europee, i Governi e i loro cittadini”, conclude Massolo nel dossier ISPI.

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