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Dove sta la riforma della Giustizia?

riforma giustizia

I Graffi di Damato sul segretario del Pd che dimentica fra le urgenze la riforma della giustizia

È curioso che il segretario del Pd Nicola Zingaretti, lasciatosi amichevolmente intervistare dal Foglio contro “l’agenda Tafazzi” che starebbe danneggiando il governo, e forse ancora di più  il suo partito, che ne è il baricentro pur disponendo in Parlamento di una rappresentanza di molto inferiore a quella dei grillini, abbia eliminato dall’elenco delle urgenze, o dei dossier “aperti da troppo tempo”, le due che pure minacciano di più la tenuta e le prospettive della maggioranza giallorossa. Una è quella, da lui stesso denunciata nei giorni precedenti, della impossibilità non certo casuale di questa maggioranza di proporsi nel passaggio elettorale del 20 settembre per il rinnovo di importanti amministrazioni regionali e comunali, cui invece il centrodestra si presenterà unito. L’altra urgenza, a dispetto dei temi economici e della cosiddetta semplificazione che dominano sulle prime pagine dei giornali, è quella della giustizia. O, se preferite, della magistratura, la cui riforma è imposta ormai per decenza dal traffico correntizio di carriere, altro che d’influenze, emerso dalla vicenda di Luca Palamara, appena espulso dell’associazione nazionale delle toghe.

L’IMPEGNO DEL GUARDIASIGILLI BONAFEDE

Si moltiplicano gli incontri, i colloqui, le telefonate del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, impegnatosi a portare al più presto in Consiglio dei Ministri la riforma almeno dell’elezione e del funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura, ma con lo strano effetto di moltiplicare, a loro volta, i problemi controversi.

Eppure Palamara, deciso per sua stessa dichiarazione a non fare il “capro espiatorio” di  un traffico di carriere non certo inventato da lui, né quando era presidente dell’associazione delle toghe né quando era consigliere superiore della magistratura, ha appena rilasciato una intervista al Riformista per spiegare “com’è nato il partito dei Pm”, cioè dei pubblici ministeri, cui lui è appartenuto. Oltre agli enormi poteri di cui dispongono nelle indagini e nei processi,  costoro di fatto — ha spiegato o testimoniato Palamara — sono decisivi nella gestione delle carriere dei giudici, che dovrebbero invece essere terzi fra l’accusa e la difesa in un processo.

CHI È CONTRARIO ALLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE

Tuttavia c’è ancora molta gente, fuori e dentro l’associazione dei magistrati, e fra i politici, contraria alla separazione delle carriere nel timore — solo teorico e per niente  provato — che essa si traduca in una dipendenza dei pubblici ministeri dal governo di turno. Lo ha appena ribadito in una intervista al Dubbio la presidente grillina della commissione Giustizia della Camera Francesca Businarola. Che è andata controcorrente, diciamo così, rispetto alle posizioni associative e a quelle maturate, di conseguenza, dal suo collega di partito al vertice del Ministero della Giustizia, solo sul tema del sorteggio, da lei preferito, per la designazione dei membri togati, e maggioritari, del Consiglio Superiore della Magistratura. Essi potrebbero pure continuare  ad essere eletti, come prescrive la Costituzione, ma fra candidati sorteggiati, e non designati dalle correnti cui poi finiscono per obbedire. E magari sorteggiati, come ha praticamente proposto la leghista e avvocato di grido Giulia Bongiorno, fra i magistrati arrivati alla fine della loro carriera, esenti quindi dalla tentazione di precostituirne gli sviluppi. Buona idea, mi pare.

 

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