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Ecco cosa chiede la filiera del Gioco Legale al governo Draghi

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Un settore fermo da più di 220 giorni, 150.000 lavoratori che non sanno quando potranno ricominciare a lavorare. Si sono riuniti ieri a Roma e Milano per chiedere pari dignità di settore e di categoria. Riccardo Sozzi, portavoce Ati a Policy Maker: “I lavoratori e le lavoratrici del gioco legale, e va sottolineato ‘legale’, non sono invisibili e hanno diritto alle medesime tutele e garanzie che hanno altri settori economici”

Si è tenuta ieri, in contemporanea a Roma e Milano, la manifestazione dei lavoratori delle imprese del Gioco Legale sotto lo slogan “Il lavoro non è un gioco”. La protesta, promossa da un gruppo di imprese riunite temporaneamente per l’occasione sotto la sigla ATI Gioco Lecito, è nata con l’intento di sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica sul grave stato di difficoltà in cui versano oltre 150.000 lavoratori colpiti dalla prolungata sospensione delle attività del settore dei Giochi Pubblici e dalla assoluta incertezza sulla data di ripresa.

Uno stop che, considerando il primo lockdown, va avanti da 7 mesi, oltre 220 giorni di chiusura, che stanno provocando un mancato gettito erariale che sfiora i 5 miliardi di euro.

La manifestazione è stata sostenuta dalle principali associazioni di categoria (Acadi, AIGL, Anib, Astro, Confederazione Giocare Italia, EGP-Fipe, Federbingo, FIEGL Confesercenti, Sapar, S.G.I). All’Associazione hanno già aderito 170 imprese, esercizi pubblici, sale bingo, sale scommesse, sale videolottery e gestori di apparecchi.

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COSA CHIEDONO I LAVORATORI DEL GIOCO LEGALE

È la prima volta che i lavoratori di tutto il comparto si uniscono in una protesta pubblica. La loro richiesta riguarda la riapertura delle attività nelle regioni in zona gialla, nel rispetto dei protocolli anti Covid già adottati da oltre 6 mesi, l’erogazione di ristori adeguati, nonché la convocazione di un tavolo di confronto tra governo, regioni e associazioni di categoria per trovare una soluzione ai diversi problemi che gravano sul settore tra i quali la questione territoriale e l’accesso al credito. I lavoratori rivendicano la dignità di un comparto che rappresenta il presidio più efficace contro il gioco illegale a tutela dello Stato e dei cittadini.

COSA HA DETTO RICCARDO SOZZI DI ATI

Riccardo Sozzi, portavoce dell’Associazione, prima di salire sul palco ha rilasciato un’intervista esclusiva a Policy Maker. “L’idea della manifestazione è nata il 5 gennaio, per dare un segnale a noi stessi e alla politica che i lavoratori e le lavoratrici del gioco legale, e va sottolineato ‘legale’, non sono invisibili e hanno diritto delle medesime tutele e garanzie che hanno altri settori economici. Non chiediamo nessun beneficio in particolare, ma solo pari dignità di settore e di categoria. Le attività di gioco, oltre a essere autorizzate con licenze, costituiscono una importante entrata fiscale per lo Stato, prima della pandemia erano stati garantiti dal gioco legale più di 11 miliardi di euro all’Erario. Tutti flussi tracciati e controllati. Il gioco legale coinvolge circa 150.000 lavoratori nel settore, che oggi è fermo, in Cig, senza certezze per la riapertura, pur essendosi dotati di tutte le misure anti-contagio, addirittura più severe che in altri settori attualmente aperti in zona gialla”.

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Riccardo Sozzi, portavoce Ati Roma

Come mai secondo lei è così stigmatizzato il settore rispetto ad altri?

“Mancanza di informazione. Bisogna spiegare come funziona il gioco legale in Italia, perché abbiamo un sistema che è invidiato da altri Paesi in Europa e fuori. Siamo il primo Paese che si è dotato di una rete telematica di controllo molto rigida e ferreo sulle attività di gioco. Sono attive procedure per segnalare attività sospette e anti-riciclaggio. Tutti i flussi sono regolarmente tracciate. È un settore che da un contributo molto importante in termini di presidio di legalità e controllo dello Stato sul territorio. Bisogna sfatare il mito dei luogo di gioco malsani e oscuri. Ci sono milioni di cittadini italiani che giocano in maniera sana”.

È un problema culturale?

“Sì, è un problema culturale, più ideologico che fattuale. Perché a differenza di altri Paesi europei in Italia si è partiti dal presupposto che, in una situazione così drammatica, gli italiani non debbano andare a ‘giocare’. Si sono fatte differenze con attività che sono tuttora consentite in zona gialla, mentre in altri Paesi questa distinzione non è stata fatta. Dobbiamo consentire a queste attività di riaprire in sicurezza. Non si può continuare a vivere con la Cassa integrazione”.

Restare chiusi significa aumentare il rischio di lasciare spazio alla criminalità organizzata?

“Esattamente. Lo hanno ribadito il procuratore anti-mafia e persone più illustri di me. Chiudono le attività di gioco legale e proliferano le attività clandestine: sale clandestine, ambienti senza controllo, in mano alla criminalità, e questo va a danno di tutti”.

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LA LETTERA DEI LAVORATORI AL GOVERNO

Ecco la lettera inviata al governo Draghi.

I lavoratori del settore del gioco legale richiedono un confronto urgente

Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Prof. Mario Draghi

Il gioco legale in Italia è ormai allo stremo: le restrizioni dovute all’emergenza sanitaria hanno portato ad una chiusura prolungata per oltre 220 giorni dei punti vendita di gioco legale su tutto il territorio nazionale. Il comparto sta vivendo una situazione drammatica, che vede la chiusura prolungata di circa 15.000 punti vendita di commercianti regolari e regolati da Concessioni Statali, con la conseguente difficoltà economica per oltre 150mila persone tra lavoratori diretti, dipendenti dei concessionari e lavoratori dell’indotto, che arrivano a 400mila persone estendendo il disagio ai nuclei familiari. Inoltre, la chiusura dei punti di vendita di gioco legale per quasi sei mesi ha determinato per lo Stato Italiano anche un’importante diminuzione delle entrate erariali, stimata per un anno in oltre 5 miliardi di euro in meno rispetto al 2019.

Gli esercenti del comparto si sono impegnati da subito per garantire la massima tutela sanitaria all’interno dei propri punti di vendita, investendo ingenti quantità di tempo ed importanti risorse economiche per adeguarsi alle normative contenute nei vari DPCM, riuscendo così a gestire in sicurezza l’attività all’interno degli ambienti di gioco, scongiurando l’insorgenza di focolai di contagio ed evitando casi di assembramento da parte dei clienti.

In aggiunta a ciò, ad ulteriore garanzia di lavoratori, clienti e fornitori, alcune delle principali Associazioni di categoria, con il supporto delle Organizzazioni Sindacali e dei Concessionari di gioco legale, hanno autonomamente adottato dei Protocolli di Sicurezza Sanitaria contenenti misure di prevenzione e contenimento del virus ancor più restrittive rispetto a quelle previste dai DPCM e dalle Linee Guida emanate dalla Conferenza delle Regioni, volte a ridurre ulteriormente il rischio di possibile contagio e consentire la fruizione dei prodotti di gioco all’interno delle sale in piena sicurezza.

Per i lavoratori del settore il permanere di una situazione di lockdown, aggravata dalle difficoltà di accesso al credito per le aziende, potrebbe comportare la definitiva chiusura dell’attività per un notevole numero di esercizi, mettendo a rischio i 150mila lavoratrici e lavoratori gravitanti attorno al settore del gioco pubblico.

Il comparto del gioco legale, alla luce delle misure già adottate, richiede a gran voce la riapertura per i punti vendita nelle zone gialle, nel rispetto dei limiti di orario imposti, offrendo le migliori garanzie di mantenimento delle misure previste, più stringenti di molti settori affini già operativi.

Tutti i lavoratori del gioco legale chiedono con forza e drammatica preoccupazione un incontro con Lei e gli altri rappresentanti del governo coinvolti per verificare insieme la sussistenza delle condizioni indicate e consentire quindi una rapida riapertura nei limiti temporali previsti dall’ultimo DPCM, il 6 marzo.

Siamo certi che saprà dare attenzione a queste nostre richieste.

Roma – Milano 18 febbraio 2021

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