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Grandi manovre all’ombra del Quirinale

Berlusconi Salvini Meloni

I Graffi di Francesco Damato

Già soddisfatto di suo per avere vinto il referendum digitale che gli consente di iscrivere il MoVimento 5 Stelle nel registro nazionale dei partiti e di partecipare al finanziamento pubblico col famoso 2 per mille nelle denunce dei redditi, Giuseppe Conte si è vantato nel salotto televisivo di turno -comunque “non della Rai”- di avere lasciato “senza parola” il povero Alessandro Sallusti. Che, collegato da Libero, gli aveva praticamente chiesto di fare un altro passo sulla strada dell’evoluzione grillina aprendo alla candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale. Neanche a parlarne, gli ha praticamente risposto il professore, sicuro forse -una volta tanto- di non essere poi spiazzato anche su questo da qualche dichiarazione del suo amico-concorrente-rivale Luigi Di Maio. Della cui capacità di trasformarsi proprio oggi Giuliano Ferrara si è compiaciuto sul Foglio in un abbraccio della morte a “Giggino”.

Il no di Conte non è tuttavia bastato a rasserenare i suoi amici del Fatto Quotidiano. Che, ossessionati dalla prospettiva di un pur improbabile blitz parlamentare a favore del “Caimano ridens”, come ora Marco Travaglio e collaboratori hanno cominciato a chiamare l’ex presidente del Consiglio, hanno proseguito la loro offensiva lanciando anche esche, come dicevo ieri, alle Procure della Repubblica per riceverne qualche aiuto. E così Berlusconi è stato presentato vignettisticamente come una specie di Duce invecchiato al Quirinale e indicato come “il garante della prostituzione”, non della Costituzione, per quanto le due parole facciano rima.

Figuriamoci se questo trattamento può indurre uno come Berlusconi a tirarsi indietro, pur da una gara alla quale si diverte a precisare, quando gli capita, di non essersi iscritto, o non ancora, non foss’altro per il rispetto dovuto al presidente uscente della Repubblica Sergio Mattarella. Che -detto tra parentesi- potrebbe riservare sorprese anche a lui a proposito della indisponibilità attribuitagli a farsi rieleggere a tempo, come Giorgio Napolitano nel 2013.

Il Cavaliere risulta al Corriere della Sera addirittura prenotato o già arrivato a Merano, nella solita beauty farm, per rimettersi in forze dopo tutti i guai procuratigli anche dal Covid. Il candidato-non candidato o il corridore-non corridore, come preferite, si è insomma messo metaforicamente agli allenamenti per la gara al Quirinale. Che peraltro ha provocato anche a lui qualche ossessione, vista l’insistenza con la quale da qualche tempo sostiene personalmente la necessità di lasciare a Palazzo Chigi almeno sino al 2023, cioè sino alla conclusione ordinaria della legislatura, Mario Draghi. La cui candidatura al Quirinale continua invece ad essere considerata dai comuni amici del Foglio “l’unica, vera, che esiste oggi in campo”, come ha appena scritto il direttore Claudio Cerasa.

Sul Giornale della famiglia Berlusconi si annunciava invece ieri, in apertura, un “addio Colle” di Draghi “stanato” un po’ da tutti i partiti: “da Salvini a Letta”, inteso naturalmente come Enrico, il segretario del Pd. Un Draghi peraltro, nonostante l’ottimismo quirinalizio già citato del direttore Cerasa, che Il Foglio in altra parte della prima pagina di oggi dà o riconosce “inceppato”, o “imbrigliato” dai partiti almeno come presidente del Consiglio. Che gli avversari, o falsi amici, vorrebbero inchiodare a Palazzo Chigi come Gesù alla croce. Che tuttavia -sanno i fedeli- risorse dopo la morte.

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