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La corsa di Di Maio e Salvini a caccia delle imprese

I Graffi di Damato

Luigi Di Maio è stato di parola nella sfida a Matteo Salvini sul numero di sigle imprenditoriali da convocare e accogliere per sentirne le ragioni nell’azione di governo. Pur senza la documentazione fotografica offerta da Salvini al Viminale, Di Maio è riuscito a raccogliere nel suo Ministero dello Sviluppo Economico, in via Veneto, peraltro a poca distanza dalla sede del Ministero dell’Interno, 27 o addirittura 33 sigle, secondo le varie versioni o i momenti degli incontri, contro le 14 vantate dal leader leghista. Insomma Di Maio ha battuto Salvini 33 a 14, concedendogli il massimo rivendicato dai suoi aedi.

I VICE ASSENTI IN PARLAMENTO

Questa intensa attività di ascolto e quant’altro ha impedito al vice presidente grillino del Consiglio di assistere nei banchi parlamentari alle attese comunicazioni del presidente Giuseppe Conte sugli imminenti appuntamenti europei per cercare di scansare la procedura d’infrazione per debito eccessivo, in cantiere dopo la bocciatura dei conti italiani per il 2019. Che nel frattempo sono passati dall’esame della Camera, dove sono stati approvati col ricorso alla fiducia, a quello del Senato, dove subiranno le modifiche eventualmente necessarie per un accordo con i commissari europei. Ma a queste comunicazioni al Parlamento, basate sulla contestazione del “rigorismo miope” coltivato a Bruxelles e dintorni, è mancato anche il vice presidente leghista del Consiglio, appunto Salvini, impegnato in tutt’altro versante, fisico e politico.

MISSIONE ISRAELIANA PER SALVINI

In particolare, il leader della Lega ha voluto fare un salto, diciamo così, in Israele per occuparsi in qualità di ministro dell’Interno, o della Sicurezza, come preferisce chiamarsi da qualche tempo, non di immigrati che potrebbero arrivare in Italia da quelle parti, ma del conflitto palestinese. E lo ha fatto, anche a costo di provocare le proteste dei suoi alleati di governo, a cominciare dalla ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta, per avere pubblicamente dato dei “terroristi” ai miliziani di Hezbollah. Che scavano tunnel sotto i confini israeliani anche per trasportare gli esplosivi necessari in superficie a bombardare il territorio del nemico.

Nella sua reazione, partecipe di preoccupazioni che Salvini, in verità, non sembra avare raccolto o avvertito sul posto, la ministra della Difesa ha denunciato il rischio di attentati cui il vice presidente leghista del Consiglio avrebbe esposto col suo attacco ad Herzbollah il contingente italiano del dispositivo militare internazionale di sicurezza operante in Libano sui confini israeliani.

I PROBLEMI INTERNI DELLA LEGA

Dalla terra di Israele Salvini ha dovuto seguire – e impartire ai suoi le necessarie direttive- un’altra vertenza esplosa con gli alleati di governo, di carattere tutto domestico, diciamo così, riguardante i problemi giudiziari, vecchi ma anche nuovi, che la Lega ha per i conti ereditati da Umberto Bossi. E’ una vicenda assai scomoda sul piano mediatico, oltre che onerosa, tradottasi per ora in un accordo con la magistratura per rimborsare a rate in una settantina d’anni una cinquantina di milioni di euro di debiti con lo Stato. Su di essa anche Di Maio ha voluto dire la sua auspicando chiarezza, spiegazioni e altro cui Salvini non si sente invece obbligato.

Le istruzioni che il leader leghista ha mandato ai suoi da Israele sono di non cadere nelle “provocazioni” dei grillini. La materia, d’altronde, non fa parte del “contratto” di governo, come dicono i pentastellati ogni volta che si trovano di fronte a richieste o posizioni dei leghisti che li mettono o li colgono in difficoltà.

 

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