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Bonafede

Il ministro Bonafede ha deciso di sostituire con un altro magistrato quello che ha appena dimissionato come suo capo di Gabinetto per averne scoperto il contagio incidentale da palamavirus. I Graffi di Damato

Ingenuo e un po’ anche sadico, lo ammetto, mi accingevo a godermi lo spettacolo del ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede costretto dalle circostanze del palamavirus — cioè dalle intercettazioni di Luca Palamara — ad affrontare la crisi di una magistratura che “ha perso l’onore”, come ha titolato con un pur richiamino di prima pagina la Repubblica.

Mi sembrava impostata ad una certa fermezza la decisione appena annunciata appunto dal guardasigilli di riportare in testa alle urgenze della giustizia la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Dove ci vuole un bel coraggio a sostenere ancora — come ha fatto proprio su Repubblica un troppo indulgente, stavolta, Armando Spataro — che le correnti delle toghe hanno conservato la natura di “luoghi di aggregazione ideale e culturale”, e non siano invece diventate terreni per scorribande di potere e commistioni politiche. Così le ha giustamente immaginate e rappresentate sulla prima pagina del Corriere della Sera Emilio Giannelli nella vignetta dedicata appunto al Consiglio Superiore.

È durata lo spazio di una notte, o quasi, l’illusione di un Bonafede deciso davvero ad applicare un po’ del suo giustizialismo, una volta tanto, anche ai magistrati, e non solo agli indagati di turno che per il solo fatto di essere sospettati di qualche reato dovrebbero dimettersi dalle cariche pubbliche che eventualmente ricoprono.  Al guardasigilli piace evidentemente la vecchia e popolarissima canzone “Come prima più di prima”, decollata con la voce di Tony Dallara più di mezzo secolo fa. Bonafede ce l’ha a sua insaputa riproposta decidendo di sostituire con un altro magistrato quello che ha appena dimissionato come suo capo di Gabinetto per averne scoperto il contagio incidentale da palamavirus.

IL NUOVO CAPO DI GABINETTO AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

Non ho nulla di personale, naturalmente, per la degnissima persona di Raffaele Piccirillo, già passato per gli uffici del Ministero della Giustizia, e di cui il guardasigilli ha chiesto al Consiglio  Superiore il ricollocamento fuori ruolo, come si dice, per spostarlo dalla Cassazione al posto di suo capo di Gabinetto. Mi chiedo se non fosse stata invece questa l’occasione buona per mandare un segnale di “discontinuità” rispetto all’abitudine di imbottire di magistrati i piani superiori, chiamiamoli così, del dicastero di via Arenula. Dove, volenti o nolenti, essi si trovano in condizioni di potenziale conflitto d’interessi. E fanno in quel Ministero il bello e il cattivo tempo ben più del titolare nominato dal presidente della Repubblica, fiduciato in Parlamento con tutto il governo e sfiduciabile dal 1996, per decisione della Corte Costituzionale, anche a titolo “individuale”.

Dubito, francamente, dopo questa mossa che Bonafede voglia e possa andare molto lontano nel proposito dichiarato di cambiare pagina, come l’anno scorso disse del e al Consiglio Superiore della Magistratura anche il presidente Sergio Mattarella ai primi effluvi del caso Palamara, e della gestione  delle nomine giudiziarie. Temo, piuttosto, che il guardasigilli finirà ancora una volta per riconoscersi nei giudizi di Marco Travaglio. Che ha appena avuto la disinvoltura, a dir poco, di attribuire sul suo Fatto Quotidiano graficamente rinnovato le cause del carrierismo sfrenato coltivato dalle correnti alla “controriforma” degli ex ministri della Giustizia Roberto Castelli e Clemente Mastella. Che avrebbero “gerarchizzato”, “questurizzato” e quant’altro le Procure della Repubblica demolendo l’autonomia dei sostituti procuratori e moltiplicando gli appetiti nelle corse ai vertici di quelli che sarebbero diventati “i riporti delle nebbie”. Stiano freschi con queste analisi.

 

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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