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Lo scoop della Verità di Belpietro su Siri spiazza i 5 Stelle

I Graffi di Damato sull’affaire Siri che si sgonfia e Salvini che liquida le celebrazioni del 25 aprile

Mentre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in partenza per la Cina, annunciava urbi ed orbi il proposito di risolvere al ritorno il caso del sottosegretario del Carroccio Armando Siri guardandolo “negli occhi” e chiedendogli di “condividere con lui la decisione finale”, che sarebbe quella -già annunciata sulla prima pagina del Fatto Quotidiano– di rimuoverlo dal governo, come reclama il vice presidente pentastellato dello stesso Consiglio Luigi Di Maio fra le proteste dell’omologo leghista Matteo Salvini; mentre, dicevo, accadeva tutto questo a Palazzo Chigi e dintorni, il cronista giudiziario de La Verità Giacomo Amadori raccoglieva fra i magistrati della Procura della Repubblica di Roma una sonora e clamorosa smentita dell’intercettazione che ha mediaticamente e politicamente inguaiato, facendogli già perdere le deleghe dei trasporti, l’amico e compagno di partito del ministro dell’Interno.

GLI ATTI CHE SCAGIONANO SIRI

Negli atti a disposizione dei magistrati di Roma, sgomenti del sospetto che le anticipazioni di stampa hanno alimentato su una fuga di notizie dai loro uffici, destinata peraltro a portare il governo sull’orlo di una crisi, non c’è l’intercettazione della telefonata nella quale Paolo Arata avrebbe detto ai figlio Francesco di essergli costata 30 mila euro la modifica al bilancio e ad altre disposizioni inutilmente tentata dal sottosegretario Siri per estendere incentivi ad aziende eoliche del tipo di quella posseduta in Sicilia dallo stesso Arata in società con Vito Nicastri. Che è un detenuto accusato di connivenza col capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

L’INTERCETTAZIONE DATA PER CERTA ANCHE DALLA STAMPA

Il Corriere della Sera, Repubblica e tutti gli altri giornali che di quella intercettazione hanno scritto dandola per certa, con tanto di virgolettato, portando fieno alla campagna dei grillini contro Siri e tutti i leghisti che lo difendono, accusati anche dal magistrato Nino Di Matteo di rafforzare con il loro garantismo la mafia, sarebbero quindi incorsi quanto meno in un infortunio. In cui avrebbe finito di intingere il pane anche il presidente del Consiglio predisponendosi, secondo le intenzioni ricavabili dalle sue parole, o almeno ricavate dal Fatto Quotidiano, a indurre Siri alle dimissioni, o a cacciarlo dal governo. E ciò grazie a un precedente politicamente insospettabile: l’estromissione di Vittorio Sgarbi da un governo di centrodestra presieduto da Silvio Berlusconi, a partecipazione leghista, dopo uno scontro avuto come sottosegretario ai Beni Culturali col ministro di Forza Italia Giuliano Urbani, sia pure senza risvolti o pretesti di natura giudiziaria.

INTANTO SALVINI LIQUIDA LA FESTA DELLA LIBERAZIONE

Salvo ulteriori sorprese, cioè salvo smentite alle smentite dei magistrati di Roma che svolgono le indagini su Siri, e debbono ancora interrogarlo, questa vicenda è moralmente, eticamente, politicamente grottesca. Altrettanto mi permetto di dire delle polemiche sviluppatesi, ed alimentate dallo stesso Salvini con dichiarazioni o repliche che poteva risparmiarsi, sulla decisione del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno di scegliere la festa del 25 aprile per inaugurare un commissariato di Polizia a Corleone, in Sicilia. E poter preferire questa cerimonia a tutte le manifestazioni celebrative della Resistenza e della Liberazione dell’Italia, 74 anni fa, dall’occupazione nazifascista: manifestazioni un po’ sbrigativamente liquidate dal leader del Carroccio come riedizioni del “derby tra fascisti e comunisti”, o qualcosa del genere.

Così Salvini, volente o nolente, ha contribuito a creare un clima nel quale è maturata anche la follia, diciamo così, di una celebrazione mussoliniana improvvisata a Piazzale Loreto dai tifosi della Lazio in trasferta calcistica a Milano.

Anche a costo di sembrare politicamente blasfemo, penso che sulla maggior parte del Paese, persino fra i superstiti degli eventi del 25 aprile 1945, abbiano impensierito di più gli effetti diretti e indiretti del prezzo della benzina salito a due euro il litro nel “ponte” del primo maggio, il più sicuro o fra i più sicuri di quelli italiani senza le virgolette.

 

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