M5S, Di Maio e i tormenti di Grillo

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I Graffi di Damato su M5S, Di Maio e tormenti di Grillo

Le difficoltà politiche in cui si trovano i grillini al sesto mese di governo gialloverde – nonostante o anche a causa del tentativo della sua ala di sinistra, capeggiata dal presidente della Camera Roberto Fico, di sottrarsi alla morsa leghista cui essa attribuisce la crisi del movimento delle cinque stelle – si avvertono chiaramente affacciandosi al blog del comico genovese. Che è ormai “personale”, si sa, ma è pur sempre un punto di riferimento, perché Beppe Grillo non ha smesso di essere l’anima di quel partito: “il padre di tutti noi”, lo ha chiamato nell’ultimo raduno al Circo Massimo il capo formale del movimento, vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. Un padre che come quello anagrafico, con le sue pratiche di lavoro nero e abusi edilizi almeno parzialmente ammesse, gli crea ogni tanto problemi con sparate a stento, molto a stento confinate poi nel repertorio teatrale, ma pur sempre un padre, appunto. Anzi, “l’elevato”, come lo stesso Grillo si autodefinisce anche quando chiama i suoi al telefono e li strapazza a dovere. Mi dicono che ciò accada di frequente.

DALLA MANOVRA AL GLOBAL COMPACT

Ebbene, a dispetto dei rapporti con la Lega così drammaticamente avvertiti e denunciati con le sue sortite pubbliche dal presidente della Camera, che si morde le mani per non avere potuto votare contro la conversione del decreto legge su sicurezza e immigrazione intestato al ministro dell’Interno Matteo Salvini; a dispetto dei “numerini” sui quali Di Maio ha dovuto ripiegare, parlando della manovra finanziaria contestata dalla Commissione Europea, per spiegare che dovranno forse essere sacrificati agli “interessi dei cittadini”, che fanno pure rima; a dispetto delle tessere del cosiddetto reddito di cittadinanza che entrano ed escono, nella immaginazione dello stesso Di Maio, dalle tipografie delle Poste Italiane; a dispetto del voto favorevole che i pentastellati hanno dovuto ricevere al Senato da Mario Monti sulla strada di un ripensamento finanziario per non rompere davvero con l’Europa; a dispetto ancora delle proteste levatesi nel movimento contro il sostanziale ritiro che Salvini ha imposto al governo dal fronte del “Global Compact”, come viene chiamato il “preziozo” – l’ha definito Mattarella – documento dell’Onu sull’immigrazione; a dispetto, dicevo, di tutto questo e di altro ancora, Beppe Grillo ha segnalato come l’evento maggiore, più preoccupante o più significativo, della quarantaduesima settimana appena conclusa del suo glob il fatto che “più della metà dei rifiuti di plastica nell’oceano proviene da soli cinque paesi asiatici”. “La situazione è drammatica”, ha commentato l’insonne -per restare all’”Insomnia” dei suoi spettacoli- che però ha deciso di dormire sulle vicende della sua creatura politica. E di occuparsi piuttosto degli appuntamenti che ha a teatro, non gratuiti ma con tanto di biglietto, col pubblico di Montecatini il 7 dicembre, di Pescara il 14, di San Benedetto del Tronto il 15 e di Rende, in Calabria, il 21.

SUL BLOG SOLO #NONCICASCO

Neppure sul blog, quello ufficiale, delle stelle, e non solo delle cinque del movimento grillino, si trova granché a proposito dei problemi politici che investono, tormentano e dividono la rappresentanza più numerosa degli elettori alla Camera e al Senato. C’è la solita foto del “capo” Di Maio fra il pubblico che lo saluta più o meno festosamente, ma poco di più, fra cui la solita ossessione per i giornali che criticano il movimento allo scopo di “delegittimarlo”, per cui “non bisogna cascarci”. #noncicasco, è infatti la parola d’ordine digitale che ogni militante, elettore e quant’altro del movimento deve ripetere, evitando per ora -si spera- di assaltare le edicole e di bruciarne il contenuto.

Piuttosto, è il caso che i più motivati nel sostegno delle cause grilline corrano a dare una mano nel cantiere allestito a Palazzo Chigi, e impietosamente rivelato con foto da Libero, per rinforzare il balcone su cui Di Maio festeggiò poco prudentemente lo sforamento del deficit, sino al 2,4 per cento, appena imposto al riluttante ministro dell’Economia Giovanni Tria. Il quale fu trattenuto a stento dalle dimissioni dal presidente della Repubblica, preoccupato che una crisi di governo procurasse ancora più danni. Mai festa si è forse rivelata così intempestiva, e perniciosa, a tutti gli effetti: dai mercati finanziari allo stesso balcone della Presidenza del Consiglio.

 

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