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Piersanti Mattarella, Giulio Andreotti e i veleni dei ricordi

I Graffi di Damato

Non ci sono, o non ci sono soltanto casualità e desiderio di compiacere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dietro l’enfasi inusuale della celebrazione di un anniversario non tondo -il trentanovesimo- dell’assassinio del fratello Piersanti. Che, presidente del governo regionale siciliano, la mattina della Befana del 1980 fu ucciso sotto casa a Palermo, crivellato di colpi di pistola dentro la macchina con cui, sprovvisto volontariamente di scorta in quel giorno di festa, stava recandosi a messa con la famiglia. A sparargli fu un sicario probabilmente di destra assoldato dalla mafia e aiutato da complici.

ANNIVERSARI

Quest’anno ricorre anche il centesimo anniversario della nascita di Giulio Andreotti, morto a 94 anni il 6 maggio del 2013: un anniversario per il quale sono state allestite due mostre celebrative nella Biblioteca del Senato intestata a Giovanni Spadolini e, sempre a Roma, nel complesso monumentale della Chiesa di San Salvatore in Lauro.

Ebbene, e non a caso, di Andreotti i suoi irrinunciabili avversari hanno voluto denunciare in qualche modo presunte e indirette responsabilità o coperture anche in riferimento all’assassinio di Piersanti Mattarella.

Il magistrato oggi in pensione Gian Carlo Caselli -che ancora si vanta di avere indagato e fatto processare a Palermo l’ex presidente del Consiglio, assolto in via definitiva nel 2004 dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ma prescritto per l’accusa di associazione a delinquere in relazione a fatti accaduti sino al 1980, proprio l’anno dell’assassinio di Piersanti Mattarella– ha voluto partecipare sul Fatto Quotidiano al ricordo di Belzebù, il più celebre e demoniaco dei soprannomi di Andreotti, con un articolo che sembra una requisitoria in morte.

VECCHI INCONTRI

In particolare, sentendosi confortato da passaggi della sentenza d’appello relativi alle accuse prescritte, Caselli ha rinfacciato ad Andreotti “due incontri con il capo dei capi di allora della mafia Stefano Bontade per discutere il caso Pier Santi Mattarella, integerrimo capo della Dc siciliana, che pagò con la vita il coraggio di essersi opposto a Cosa Nostra”. Dopo quegli incontri Andreotti “omise di denunciare -ha scritto Caselli, sempre in riferimento alla sentenza d’appello per la parte prescritta degli addebiti- elementi utili a far luce sull’omicidio di cui era venuto a conoscenza in dipendenza dei suoi diretti contatti con i mafiosi”. Ne derivò un contributo “al rafforzamento dell’organizzazione criminale inducendo negli affiliati anche per la sua autorevolezza politica -ha sempre scritto Caselli– il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale”.

DOPPIA PARTECIPAZIONE

E’ quindi avvertito chi, avendo onorato nel trentanovesimo anniversario della morte Piersanti Mattarella rinnovando le condoglianze al fratello Sergio oggi al Quirinale, fosse tentato di onorare anche Andreotti nel centesimo anniversario della sua nascita. In chi fosse stato già tentato da questa doppia partecipazione, ma più in particolare in chi fosse tentato più dall’anniversario tondo, e secolare, di Andreotti che da quello dispari del povero Piersanti Mattarella l’ex magistrato Caselli ha indicato addirittura un “truffatore del popolo italiano in nome del quale si pronunciano le sentenze”: qualcuno che “teme il giudizio storico su come in una certa fase, almeno parzialmente, si è formato il consenso nel nostro Paese. Ma in questo modo -ha concluso l’ex magistrato- si rende un pessimo servizio alla qualità della democrazia perché si finisce per legittimare (ieri, oggi e domani) la politica che ha rapporti con la mafia”.

L’OMISSIONE DI CASELLI

Stupisce a questo punto che Caselli, viste le convinzioni maturate con indagini e sentenze, o le letture che ne ha fatte, non abbia mai reclamato quando Andreotti era ancora in vita la pur non contemplata revoca della nomina dell’allora presidente del Consiglio, nel 1991, da parte del capo dello Stato Francesco Cossiga a senatore a vita avendo “illustrato la Patria -dice l’articolo 59 della Costituzione- nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Stupisce davvero questa omissione di Caselli ancor più di quanto possa stupire la sua ostinazione di accusatore di un uomo che pure viene voglia francamente di rimpiangere davanti alle prove date dai suoi successori al governo del Paese, o semplicemente nelle aule parlamentari.

 

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