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Rave Party, ecco la trappola di Meloni alla sinistra

Meloni

 In questo gioco della o delle trappole attribuito alla Meloni, però, qualcosa non funziona: la partecipazione neppure tanto nascosta di una parte della maggioranza e dello stesso governo alle critiche, riserve e quant’altro rispetto alle misure adottate. I Graffi di Damato 

Fra le misure adottate dal governo con una priorità che il Pd avrebbe preferito fosse stata assegnata al caro-bollette, quelle contro i raduni illegali hanno provocato le reazioni più dure: ancora di più del rientro delle migliaia di medici “no vax” negli ospedali, dove pare che non tutti sono lì ad aspettarli a braccia aperte considerandoli dei rinforzi nella lotta alla perdurante pandemia da Covid. C’è piuttosto “tensione” per questo, come dice un titolo di prima pagina del Corriere della Sera, comunque secondario rispetto a quello dedicato alle polemiche sull’intervento contro i “rave party”.

“La legge manganello” ha protestato contro questo intervento la Repubblica inseguendo o inseguita, come preferite, dal Fatto Quotidiano con la “Galera per i ragazzi”. Che, non bastando evidentemente, è stata condita con una vignetta di Riccardo Mannelli sul manganello e con un fotomontaggio in cui, da sinistra a destra, il ministro dell’Interno, la presidente del Consiglio  e il vice presidente e leader della Lega sono travestiti da agenti di Polizia attrezzati per gli scontri.

A leggere il direttore Claudio Cerasa sul Foglio, sotto il titolo in rosso “Come trollare la sinistra”, Giorgia Meloni avrebbe calcolato tutto questo, con la perfidia di una politica consumata, per provocare eccessi di reazione identitaria e ricavarne vantaggi. “La sinistra in questa logica -ha scritto Cerasa- diventa la parte politica che difende l’illegalità dei rave, che vuole offrire canne libere per tutti…. che vuole combattere l’ergastolo ostativo perché vuole difendere i mafiosi, che sogna di ripristinare appena possibile dolcissimi lockdown, che sogna di tappare ancora le nostre bocche con le mascherine solo per mettere le nostre vite nelle mani dello Stato, che vuole assecondare i diktat delle case farmaceutiche inoculando tutti i nostri figli con ogni genere di vaccino non sufficientemente testato” ed altro ancora.

Sembrano fatti apposta per confermare questa interpretazione o analisi del direttore del Foglio i titoli del Giornale di famiglia di Silvio Berlusconi e di Libero. Il primo rappresentando “Il Pd sulle barricate in difesa dei rave” e per “il ritiro delle norme”. Il secondo rappresentando, ancora più in generale, “La sinistra allo sbando”.

Verrebbe la voglia di congratularsi con la Meloni, dal punto di vista di Cerasa e forse anche suo, per avere così esattamente e rapidamente raggiunto l’obbiettivo di mettere gli avversari in cattiva luce sul versante dell’”elettorato di buon senso”, come ieri sulla Stampa chiamava quello reale e potenziale della “destra pragmatica” Flavia Perina. Che la conosce bene avendone diretto per anni il giornale ufficiale, ai tempi di Gianfranco Fini: Il Secolo d’Italia.

C’è però qualcosa che non funziona in questa rappresentazione, in questo gioco della o delle trappole attribuito alla Meloni. Ed è -a dispetto dei titoli già ricordati del Giornale e di Libero– la partecipazione neppure tanto nascosta di una parte della maggioranza e dello stesso governo alle critiche, riserve e quant’altro rispetto alle misure adottate con decreto legge e già pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale per essere state rapidamente controfirmate dal Capo dello Stato. Del quale buone fonti mi hanno riferito la convinzione che siano destinate ad essere modificate nella conversione parlamentare. Infatti già oggi Il Messaggero assicura in un sottotitolo in prima pagina che “si studia la riduzione della pena” massima di sei anni per promotori e attori di raduni illegali di più di 50 persone. Già in Consiglio dei Ministri il vice presidente forzista Antonio Tajani si era esposto con osservazioni critiche al testo delle norme predisposte dal ministro dell’Interno convincendo delle sue argomentazioni la Meloni. Che tuttavia al termine della riunione, commentando anche  la nomina dei sottosegretari, aveva avvertito di aspettarsi “lealtà” dagli alleati.

Tutti i graffi di Damato. 

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