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Salvini e Berlusconi potrebbero perdere le elezioni per colpa della flat tax?

Flat Tax

Sallusti teme che e a furia di sparare numeri come stanno facendo Silvio Berlusconi e Matteo Salvini con la flat tax al 23 o al 15 per cento, da venditori di pentole al mercato, sfuggirà  alla sua parte politica il successo dato per scontato… 

Nel casino -scusate la parolaccia- creatosi o accentuatosi col ritiro del bacio di Carlo Calenda ad Enrico Letta, e in attesa di sapere se lo stesso Calenda e Matteo Renzi -“gli sfascisti” secondo il manifesto- riusciranno a trovare un’intesa per il famoso “terzo polo” centrista, capace di durare almeno sino al giorno delle elezioni, i più appassionati o disincantati, secondo le preferenze, si sono abbandonati ai sogni.

Giuliano Ferrara sul Foglio, per esempio,  come in una visita al cimitero anziché ai giardinetti, già deluso, preoccupato e quant’altro perché l’adesso preferito Pd di Enrico Letta non avesse compreso l’utilità di un’alleanza anche con i “grillozzi”, come li chiama lui affettuosamente, si è messo a rimpiangere quei “tre liberali realisti, influenti” rispondenti ai nomi “del democristiano Alcide De Gasperi, del comunista Giorgio Amendola e del socialista Bettino Craxi”. Sembrava di leggere il più divino Dante in quel sonetto famosissimo che dice: “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento e messi in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler nostro e mio”.

Alessandro Sallusti su Libero ha sognato il suo centrodestra in “silenzio stampa, modello Bearzot ai mondiali di Spagna 1982, che tanto portò bene”. Egli teme che a furia di sparare numeri come stanno facendo Silvio Berlusconi e Matteo Salvini con la flat tax al 23 o al 15 per cento, da venditori di pentole al mercato, sfuggirà  alla sua parte politica il successo dato per scontato persino dagli avversari. “Ma perdindina -ha scritto il direttore di Libero, sempre a proposito di Berlusconi e Salvini- non potrebbero telefonarsi e stabilire una cifra comune, visto che da fuori non è bello sentire dare i numeri?”. “Va bè, sono dettagli ma occhio a non esagerare ché poi magari qualcuno se ne accorge e iniziano i guai”, ha ammonito l’amico, estimatore e quant’altro del Cavaliere e del Capitano.

In una conclusione dichiaratamente “fantapolitica” del suo solito, abbondante editoriale di giornata Marco Travaglio ha immaginato dimissionari, “come Diaz dopo Caporetto”, il segretario del Pd Enrico Letta e “i vicedisastri Franceschini, Guerini&C”, sostituiti come “reggente” da Pier Luigi Bersani, “l’unico leader che ancora scaldi il cuore del fu elettorato di sinistra”.

Che ti fa il buon Bersani nella testa di Travaglio? “Consegna l’Agenda Draghi al cartolaio sotto casa” -che è già preferibile al cesso dove l’altro ieri il vignettista Riccardo Mannelli l’aveva collocata, sempre sul Fatto Quotidiano, con alcune pagine già strappate e usate da qualcuno per pulirsi il sedere- “si scusa per le calunnie del Pd al M5S, chiama Conte, scrive con lui 10 punti di programma sociale in politica interna e multilaterale in politica estera, e costruisce un’alleanza progressista che riprenda il discorso interrotto col governo Conte 2, per provare a vincere le elezioni, o almeno a perderle con onore”. Ma neppure Conte mostra di condividere questo sogno dall’aldilà dove lo stesso Travaglio lo aveva mandato l’anno scorso col giallo scritto dopo la perdita di Palazzo Chigi e titolato “Conticidio”.

Un bel casino, ripeto rinnovando la richiesta di scuse.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO. 

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