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Tav e Venezuela fanno deragliare il governo?

I graffi di Damato

A dispetto del “2019 bellissimo” annunciato dal presidente del Consiglio per esorcizzare la recessione “tecnica” intervenuta col secondo trimestre consecutivo contrassegnato dal segno meno per il prodotto interno lordo, dopo 14 contrassegnati dal segno più, le liti continue nella compagine ministeriale e nella maggioranza;  la confusione che producono;  il contrasto fra il 60 per cento che i due partiti della coalizione raccolgono insieme nei sondaggi cantando vittoria e il 54 per cento dei no che raccolgono le misure adottate per sconfiggere addirittura la povertà;  la diffidenza crescente a livello internazionale, dove Roma è riuscita a guadagnarsi i ringraziamenti del presidente venezuelano Nicolas Maduro fra le proteste dei tanti italiani che risiedono in quel paese sperimentandone la miseria e le violenze,  fanno apparire il governo di Giuseppe Conte e dei suoi due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini come quel masso caduto col maltempo di questi giorni sulla strada di Agordo, nel Bellunese.

GOVERNO SPACCATO SULLE NOMINE

Non vi è problema, ormai neppure quello delle nomine, su cui grillini e leghisti avevano marciato per un po’ all’unisono spartendosi tutto il possibile, e superando in disinvoltura e rapidità anche i loro peggiori predecessori, su cui il governo non appaia, ma soprattutto non sia diviso. Anzi, profondamente diviso. E’ come se esso si fosse chiuso nella sua metà campo, visto anche che nell’altra metà la confusione è persino superiore, e giocasse da solo la partita scambiandosi le due parti che lo compongono i ruoli di maggioranza e di opposizione, I grillini giocano contro la porta leghista e i leghisti contro la porta grillina, segnando tra le grida, i fischi, gli applausi e gli insulti degli stessi giocatori, oltre alle tifoserie.

E SU TAV

Degli insulti, l’ultimo che si è sentito bello forte, ben stampato su molti giornali, a cominciare naturalmente dal Fatto Quotidiano, è quello di “coglione” lanciato contro Salvini dal grillino onnipresente Alessandro Di Battista avendo accanto il per niente imbarazzato amico e vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio. Che d’altronde aveva appena finito di alludere proprio al comprimario di governo Salvini come loro punto di riferimento parlando dei “peggiori” gruppi di potere e di corruzione operanti nel paese e interessati alla realizzazione della Tav. O del Tav, come Marco Travaglio preferisce chiamare al maschile la linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci progettata fra Lione e Torino: una linea di cui esistono cantieri, uno dei quali appena visitato da Salvini, che i grillini non vedono e non sentono, pur partecipando alle dimostrazioni di protesta e agli assalti alle loro attrezzature, nonché alle forse dell’ordine che le proteggono.

Quell’opera -aveva avvertito Di Maio prima che il suo amico desse del “coglione” a Salvini perché ne sostiene la realizzazione- “non esiste, non ha futuro”. E se al leader leghista, che insiste a sostenerla ma anche ad escludere – va detto- una crisi di governo su questo problema, non piacesse davvero questa posizione grillina, infiocchettata con i calcoli dei costi e dei benefici di una pubblicazione sempre imminente e rinviata, non  resterebbe che tornarsene da Silvio Berlusconi. “Glielo restituiamo”, ha detto Di Battista: sempre lui. E sempre accanto a Di Maio.

GIORNI CONTATI?

E questo sarebbe un governo. O, ripeto, un macigno? E fino a quando -mi chiedo a questo punto- con la tolleranza del presidente della Repubblica, fra una lettura e l’altra del vecchio e da lui giustamente preferito romanzo manzoniano dei Promessi Sposi? Dove Sergio Mattarella ha attinto più o meno recentemente quel richiamo sempre più attuale al buon senso ormai costretto a nascondersi sotto o dietro al senso comune.

 

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