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Austerity, cos’era e perché abbiamo paura di ricascarci

Austerity

Il 2 dicembre del 1973 l’Italia faceva il suo ingresso nell’Austerity. I più giovani non l’hanno conosciuta, ma con la guerra in Ucraina potrebbero essere presto varate misure simili. Draghi ha già ventilato la possibilità di arrivare al “razionamento” del gas. Di cosa stiamo parlando?

A rileggere i giornali dei primi anni ’70 si scopre come i temi che crediamo più innovativi, anche perché colonna portante del PNRR e del rilancio europeo post pandemia, fossero già ben noti all’epoca. Nei quotidiani che giornalmente raccontavano l’Austerity, veniva infatti dato ampio risalto ai dubbi sul fatto che il modello di sviluppo avviato nel dopoguerra non fosse sostenibile, alla necessità di cercare fonti di energia alternative e al fatto che bisognasse educare la popolazione a uno stile di vita maggiormente rispettoso dell’ambiente, in particolar modo delle risorse ‘finite’. È stato fatto? No, anche perché quel periodo durò probabilmente troppo poco per incidere sul comportamento della società. Ma cosa fu l’Austerity e perché solo pronunciare la parola oggi fa percorrere un brivido lungo la schiena a tutti, anche a chi non l’ha vissuto?

2 DICEMBRE 1973, PRIMA DOMENICA DI AUSTERITY

L’Austerity, anzitutto, rispetto a tante altre crisi avvenute in passato, ha una data di inizio ben precisa: il 2 dicembre 1973, prima domenica in cui entravano in vigore i provvedimenti più significativi del Consiglio dei ministri del 22 novembre del governo presieduto da Mariano Rumor (in carica dal 7 luglio 1973 al 14 marzo 1974, appoggiato da Democrazia cristiana, Partito socialista, Partito socialista demo­cra­tico e Partito repubblicano) con l’obiettivo di rispondere all’emergenza energetica dovuta alla riduzione della produzione di petrolio e all’embargo deciso dai governi arabi nei confronti degli stati filo-israeliani (in particolare Usa e Paesi Bassi) come ritorsione agli esiti della guerra del Kippur ( dal nome della festività ebraica celebrata nel giorno in cui ebbe inizio).

FINE DEL BOOM ECONOMICO

Finiva così, con le auto in garage e le insegne spente « Les trente glorieuses », un periodo di crescita  esponenziale e ininterrotta del Pil che si era concentrato nei Paesi che erano usciti vinti dalla seconda guerra mondiale: la Germania era tornata a essere la locomotiva d’Europa mentre Giappone e Italia affrontavano il passaggio da un’economia prevalentemente agricola a una industriale, di rango moderno. Per questo nel 1972 gli idrocarburi (petrolio e gas naturale) erano giunti a coprire il 64,4 per cento dei bisogni energetici; soltanto vent’anni prima la percentuale era del 37,6 per cento. Ma con l’Austerity il nostro Paese era costretto a spegnere le luci della Dolce Vita e ad archiviare la stagione del Sorpasso: la benzina costava troppo.

LE MISURE DELL’AUSTERITY

Ma in cosa si concretizzava l’Austerity? In un elenco di misure draconiane che rimandano inevitabilmente ai Dpcm contiani e draghiani della lotta al Covid, anche se qui le finalità erano meramente economiche. Si stabiliva per esempio il Il divieto di circolazione per 24 ore nei festivi (le famose “domeniche a piedi dell’Austerity”) con multe da centomila lire a un milione per i contravventori cui si aggiungeva il sequestro immediato del mezzo. Le misure durarono fino al 10 marzo del 1974, quando fu introdotta la circolazione a targhe alterne. Una curiosità: le deroghe riguardavano solo i mezzi di soccorso, ma non anche l’auto del Presidente della Repubblica, che quindi restava nelle Scuderie del Quirinale. I limiti di velocità furono portati a 50 km/h nei centri abitati, a 100 km/h sulle strade extraurbane normali e 120 km/h sulle autostrade.

I negozi e gli uffici pubblici dovevano anticipare la chiusura rispettivamente alle 19 e alle ore 17.30. Bar, ristoranti e locali pubblici furono obbligati a chiudere alle 24, mentre cinema, teatri e locali per lo spettacolo potevano rimanere aperti fino alle 23. Anche i programmi televisivi dovevano chiudersi entro le 22.45/23.00, mentre le scritte o insegne luminose commerciali poste nelle vetrine e all’interno di negozi e altri locali pubblici dovevano essere spente. L’Enel fu autorizzata a ridurre del 6-7 per cento la tensione erogata tra le ore 21 e le 7.

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