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Battiato fra elogi e manipolazioni

Battiato

I Graffi di Damato. In memoria di Franco Battiato, e a dispetto dei suoi manipolatori…

Non credo che Lilli Gruber abbia reso un buon servizio all’indimenticabile Franco Battiato, capace con la sua musica, poesia, canto e quant’altro di piacere sia a sinistra sia a destra, schiacciandone ieri sera nella sua trasmissione su La 7 l’immagine e la memoria sotto Il Fatto Quotidiano. Del cui direttore Marco Travaglio, egli era sicuramente amico, per carità, lasciandosi chiamare come gli intimi “Francuzzo”, accettando una volta l’invito ad una festa del giornale e cantando persino con lui, “intonato” almeno nella musica. Ma da qui a farne, con la sceneggiatura del collegamento alla testata e il resto, una specie di sponsorizzatore di quel giornale che è il più politico fra tutti quelli che si stampano in Italia, impegnato in questi durissimi mesi di crisi identitaria a tenere accese le cinque stelle pur non più brillanti di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte, ce ne corre.

Lo stesso Travaglio, d’altronde, con una onestà e un pudore di cui gli do volentieri atto, ha chiuso l’editoriale dedicato a quell’“essere speciale” che fu sicuramente Battiato, come è stato definito anche da altri giornali nella loro titolazione, descrivendone così, quasi liricamente, gli ultimi anni e momenti di vita fiaccati dalla malattia: “Il suo spirito se n’era già andato da qualche parte, nomade in cerca degli angoli della tranquillità. L’altra notte li ha trovati tutti. Ora è finalmente libero”. Libero – mi permetto di aggiungere polemicamente – anche dall’anagrafe politica attribuitagli dalla Gruber e certificata imprudentemente dal Fatto con quel titolo su tutta la prima pagina ricavato dalla manipolazione di un disco e di un album celeberrimo di Battiato: “La voce del padrone”, diventata “La voce contro il padrone”. “Contro” – guarda caso – come il titolo del libro di Alessandro Di Battista, con l’aggiunta del punto esclamativo, appena pubblicato dal Fatto Quotidiano e reclamizzato proprio oggi accanto alla testata.

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Spiace che, sempre nel salotto televisivo della Gruber, e neppure su iniziativa di Travaglio ma della giornalista del Sole 24 Ore ospite della serata, sia stata giustificata e difesa una delle poche cazzate – scusate la parolaccia – scappate in vita a Battiato, piaciuta probabilmente alla parte peggiore, più qualunquista del Paese e costatagli la carica di assessore regionale alla cultura assegnatagli pochi mesi prima dall’allora presidente Rosario Crocetta. Mi riferisco naturalmente alle famose “troie che stanno in Parlamento e farebbero qualsiasi cosa” per restarvi, disse Battiato. Mostrò peraltro di credervi nei mesi scorsi anche Conte cercando disperatamente al Senato i voti sostitutivi di quelli decisivi di Matteo Renzi mancatigli a rischio di elezioni anticipate. Così dicevano i contiani considerando Mario Draghi troppo “stanco” – aveva detto lo stesso Conte – e per niente disponibile a fare il governo che invece è in carica.

“Io – ha raccontato Crocetta a Repubblica delle reazioni a quella clamorosa sortita di Battiato – volevo trattenerlo in giunta, me ne sarei fregato. Quelli che l’attaccavano ce l’avevano con me più che con lui. Non ne volle sapere. Mi disse: “Io me ne vado perché non puoi governare con il contrasto del Senato, della Camera e del Parlamento europeo”. L’addio alla giunta fu un atto d’amore. Me ne dispiacqui molto”. “Si dimise. Ci sono gli atti formali”, ha aggiunto Crocetta rispondendo ad una domanda sulle “cronache” di quei giorni, secondo le quali era stato lui a “cacciarlo”. Grande, grandissimo Battiato anche nelle sue ingenuità e negli errori cui sapeva rimediare, a dispetto dei suoi manipolatori postumi.

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