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Battisti, Tav e non solo. Che cosa succede nel governo?

I graffi di Damato

Chi ha visto e sentito Matteo Salvini, nel salotto televisivo di Massimo Giletti, a la 7,parlare della cattura del criminale Cesare Battisti in Bolivia e del suo viaggio, finalmente, verso un carcere italiano dove scontare i due ergastoli guadagnatisi per quattro omicidi commessi nei cosiddetti anni di piombo in Italia, avrà sicuramente notato quanto il ministro dell’Interno abbia evitato di assumersi tutti o i maggiori meriti dell’operazione. Lo ha evitato resistendo anche ai tentativi un po’ melliflui del conduttore di compiacere la sua vanità personale e politica, fra un sorriso e un’allusione, non foss’altro per ricambiargli il favore professionale ricevuto con quella nuova e puntuale presenza nella sua “non arena”. Che è  poi un nome destinato ad ampliarla, in riferimento alle precedenti e interrotte edizioni alla Rai.

L’INSOFFERENZA DI SALVINI TRA CONTE E DI MAIO

Il leader leghista un po’ non ha voluto fornire alle viscere, diciamo così, degli alleati grillini nuove occasioni di sofferenza per il ruolo preponderante che egli ha svolto concretamente e mediaticamente nel governo dal momento della sua formazione: una sofferenza che ogni tanto esplode con proteste o vere e proprie ritorsioni politiche. Fra le quali può essere annoverato anche l’intervento a gamba più o meno tesa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del vice presidente Luigi Di Maio, entrambi grillini appunto, nella vicenda dei 49 profughi rimasti per una ventina di giorni bloccati davanti all’isola di Malta, e alla fine accollatisi pure dall’Italia, mentre Salvini protestava da Varsavia. Dove peraltro egli  era in missione più di partito che di governo, non ben digerita -credo- dal ministro degli Esteri.

LE AFFINITÀ BRASILIANE

Per un altro verso, forse anche prevalente, Salvini ha mostrato consapevolezza della natura oggettivamente complessa dell’operazione Battisti, sicuramente facilitata dai suoi rapporti personali e dalle affinità politiche col  nuovo presidente del Brasile Jair Bolsomaro, da cui praticamente il criminale italiano è fuggito in Bolivia per cercare di sottrarsi all’estradizione in arrivo, ma alla quale hanno partecipato per competenze e rapporti anche il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, il ministro della Giustizia e lo stesso presidente della Repubblica. Ad un certo punto è risultato all’Italia utile, più ancora del “regalo” annunciato  a Salvini dal figlio del nuovo presidente brasiliano, il sì del presidente boliviano Evo Morales alla partenza del catturato direttamente per l’Italia, senza ripassare per il Brasile, da cui era scappato. Ciò consente ora di inchiodare Battisti ai due ergastoli da scontare, ma estranei al sistema giudiziario brasiliano. Che contempla in casa, e autorizza per gli espatriati, una carcerazione non superiore ai 30 anni. Anche sotto questo aspetto il criminale ha compiuto un’autorete fuggendo in Bolivia.

La questione potrà sembrare di poco conto a prima vista, a causa dei 64 anni che ha Battisti, ma ha ugualmente una sua rilevanza pratica, e non solo mediatica, ai fini del trattamento penitenziario di cui potrà beneficiare il terrorista per tanto tempo, e con tanta spavalderia, sottrattosi alla giustizia del suo Paese.

“QUALCHE LITE C’È”

Per quanto Salvini abbia cercato questa volta di gestire con misura il successo di un’operazione che comunque è passata anche per le sue competenze, e per le forze d’ordine e di sicurezza alle sue dipendenze, sarebbe ingenuo ritenere che a questo punto egli non cerchi di investire la maggiore forza conseguita col caso Battisti nelle sostanziali vertenze che ha con i grillini all’interno del governo. Dove “qualche lite c’è”, ha appena ammesso in una intervista il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, né grillino né leghista, pur cercando di delimitare i contrasti al tema dell’immigrazione e attribuendone la colpa alle carenze di solidarietà, chiarezza, determinazione e quant’altro dell’Unione Europea.

TIPO SULLA TAV

In realtà, “qualche lite”, per restare al linguaggio del pur fine diplomatico, c’è nel governo anche sui temi, per esempio, delle norme attuative del cosiddetto reddito di cittadinanza e dell’accesso anticipato alla pensione, o di quelle nuove sulla legittima difesa, o della linea di alta velocità ferroviaria per le merci da Lione a Torino: la famosa Tav, preferita ormai dal dibattito pubblico nel genere femminile rispetto a quello maschile reclamato, forse con maggiore rigore tecnico, dagli specialisti del Ministero delle Infrastrutture, e del Fatto Quotidiano.

Sul versante ferroviario, chiamiamolo così, si lavora dietro le quinte, e fra mal di pancia tanto grillini quanto leghisti, su un compromesso che potrebbe consistere in una versione più economica della Tav, con meno chilometri e stazioni, in grado di far ricalcolare in modo salvifico il rapporto fra costi e benefici  calcolato da una commissione di cui lo stesso ministro grillino delle Infrastrutture, notoriamente contrario all’opera, non ha sinora ritenuto opportuno ufficializzare il risultato.

VERSO UN COMPROMESSO…

La ricerca di un compromesso, finalizzata a garantire l’esecuzione dell’opera senza lasciare sul campo né vincitori né vinti, è di per sé difficile per l’animosità  crescente che deriva dalle campagna elettorali ormai in corso per il rinnovo della rappresentanza italiana al Parlamento Europeo e di alcune amministrazioni regionali. Ma lo è anche per il ruolo che, una volta tanto, possono svolgere le opposizioni incalzando la maggioranza, sino a cercare di spaccarla, con iniziative parlamentari e referendarie.

O UN REFERENDUM

A quest’ultimo proposito, mentre grillini e leghisti discutono sulle dimensioni territoriali di un eventuale referendum, il governatore piddino Sergio Chiamparino, notoriamente pro-Tav, ha ricordato che lo statuto del Piemonte gli permette di organizzare e indire a breve un referendum nella sua regione, che è la più direttamente interessata all’opera. Potrebbero imitarlo i governatori di altre regioni del Nord come la Liguria, la Lombardia e il Veneto, dove i leghisti governano con gli alleati di centrodestra. La matassa, come si vede, è un po’ più complicata di quanto non mostri di ritenere l’ottimista vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio. Che punta in cuor suo sul rapporto personale con l’omologo leghista Salvini, polemico spesso con gli alleati ma anche contrario -come ha appena ribadito da Giletti– a liquidare il governo in carica.

 

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