Italia

Blangiardo, biografia e idee del nuovo presidente dell’Istat

Vicino alla Lega, contrario allo Ius soli, esperto di demografia e immigrazione. Ecco chi è (e cosa pensa) Gian Carlo Blangiardo, nuovo presidente dell’Istat

La prima commissione di palazzo Madama ha votato parere favorevole alla proposta di nomina di Gian Carlo Blangiardo alla presidenza dell’Istat. Il nome di Blangiardo era quello più gettonato per la presidenza dell’Istat già dall’estate scorsa e a novembre il consiglio dei ministri, su proposta del ministro per le Riforme nella Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, ha deliberato l’avvio della procedura per la sua nomina.

Ecco chi è in estrema sintesi il successore di Giorgio Alleva, che ha già fatto parte di diverse commissioni scientifiche dell’Istat.

CHI È IL NUOVO PRESIDENTE DELL’ISTAT

Professore di demografia presso la Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università degli Studi di Milano “Bicocca”, dall’anno accademico 1998-1999 Blangiardo è visiting professor presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Dal 2007 è membro del comitato direttivo del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dell’Osservatorio Regionale per i minori della Regione Lombardia ed fa parte del Consiglio scientifico del Forum delle associazioni familiari presso la Cei e dal 1996 del comitato scientifico della Fondazione Ismu, Iniziativa e studi sulla multietnicità del quale è tuttora responsabile del settore monitoraggio.

Ma che cosa pensa Blangiardo? Ecco quello che ha sostenuto su diversi temi caldi al governo gialloverde di recente il neo presidente dell’Istat.

IMMIGRAZIONE, NON APRIAMO A TUTTI DETTO DA CATTOLICO

«Tra il 2013 e 2014 sono stati di più gli immigrati approdati alla cittadinanza italiana che quelli sbarcati sulle nostre coste», diceva nel 2015 a Linkiesta. Con la consapevolezza però di chi sa, guardando i numeri, che il fenomeno è destinato a complicarsi se non governato. «Nell’Africa subsahariana oggi vive 1 miliardo di persone, tra vent’anni saranno 400 milioni in più, per la gran parte giovani. Una crescita di questo genere rischia di esplodere se non può sfogarsi su un territorio», spiegava nel 2016. All’assemblea programmatica del Carroccio di Piacenza disse: «Qualcuno dice che l’immigrazione è la soluzione alla crisi demografica: no, anche le famiglie straniere hanno smesso di crescere, perché iniziano ad affrontare alcune difficoltà. Per venire fuori dal tunnel, bisogna aiutare il ceto medio ma con un sistema coordinato, non con un bonus una tantum». E aggiungeva: «Non apriamo a tutti, ma una immigrazione sostenibile funziona».

OCCORRE UNA SOLUZIONE EUROPEA

Interpellato da Sussidiario.net sulla vicenda della nave Aquarius, divenuta caso politico senza precedenti la scorsa estate, Blangiardo ha invocato una soluzione a livello europeo: “Ciò che chiamiamo Europa non è qualcosa di omogeneo da tanti punti di vista, economico, sociale, della mobilità interna. È chiaro che in un mercato del lavoro debole la presenza di immigrati genera problemi, per cui una ripartizione basata semplicemente sulla popolazione residente non basta e finirebbe col creare col tempo ulteriori sofferenze”. Pertanto il demografo auspicava l’elaborazione di “parametri di distribuzione sul territorio europeo anche in relazione alle condizioni del contesto in cui i migranti sono destinati”.

IUS SOLI, NON NECESSARIA

Nell’ultimo anno, Blangiardo però è finito nei titoli dei giornali, quando sul Sole 24 Ore scrisse di suo pugno un articolo in cui riteneva “non necessaria” la proposta di legge sullo ius soli presentata dal Pd. La legge prevedeva di espandere i criteri per ottenere la cittadinanza italiana, soprattutto per i bambini nati in Italia da genitori stranieri o arrivati in Italia da piccoli. In quell’occasione il professore ricordava quanto non sia necessario intervenire su un sistema già molto buono in Italia, ipotizzando anzi il rischio della diffusione del fenomeno dei “minori scompagnati”.

PENSIONI, CONFUTATORE DI BOERI

Nell’ottobre scorso aveva contraddetto le tesi di Tito Boeri, titolare dell’Inps, in riferimento all’affermazione secondo la quale gli immigrati pagano le nostre pensioni. Sulle pagine di Libero infatti – ha ricordato giorni fa Francesca Scaringella di Formiche.net – il demografo aveva dichiarato che solo se gli immigrati decidono di lasciare i loro contributi in Italia, una volta tornati nei Paesi di origine, possa reggersi il pensiero di Boeri sulla sostenibilità del bilancio dell’Inps grazie ai contributi versati dagli immigrati. “Ma non è così”, riferì al quotidiano, perché “nel nostro sistema pensionistico, quando paghi hai dei diritti e un giorno dovrai ricevere ciò che hai versato” spiegava Blangiardo.

ECCO UN ESTRATTO DI UNA RECENTE INTERVISTA DI TEMPI.IT A BLANGIARDO

È vero, l’estate del 2015 è stata più calda delle due precedenti, soprattutto nel mese di luglio, e l’inverno è stato più rigido. Da qui forse l’effetto “foglie secche sull’albero” a cui allude l’Istat: chi era in precarie condizioni già nel 2013 e nel 2014 è sopravvissuto grazie al clima clemente di quei due anni, ma le temperature più estreme del 2015 hanno determinato quelle che l’Istat chiama “morti posticipate”, e che per il 90 per cento hanno colpito persone sopra i 75 anni di età. Questo però spiega al massimo 10 mila dei 54 mila decessi in più del 2015 rispetto al 2014.

Mi meraviglia che l’Istituto superiore della sanità non abbia avvertito la necessità di fare approfondimenti; non abbiamo spiegazioni ufficiali univoche intorno all’accaduto, e ognuno è libero di fare le sue ipotesi. Lei ricorderà che verso la fine del 2014 ci furono alcuni casi di morti attribuite a vaccinazioni anti-influenzali ai quali i media diedero molto rilievo; questo portò a una flessione generalizzata del ricorso alle vaccinazioni stagionali considerate non sicure.

Molti anziani affrontarono quell’inverno privi di copertura vaccinale, e ciò fu loro fatale. Ma anche questo fattore non spiega più di 10 mila decessi supplementari: e il resto? Io credo che il sistema sanitario italiano, che pure è all’avanguardia mondiale, sia sotto pressione per ragioni di bilancio. Esami fissati in date molto dilazionate rispetto alla richiesta, mancati accertamenti, terapie necessarie non praticate hanno danneggiato i più deboli.

Certo, quest’anno i dati del primo trimestre ci dicono che il fenomeno non si ripeterà con l’intensità dell’anno scorso, ma se si perpetua la tendenza rilevata arriveremo comunque a 620 mila decessi circa, che saranno pur sempre il secondo più alto numero di morti annue in tempo di pace nella storia d’Italia. Il fenomeno dipende certamente dall’invecchiamento della popolazione italiana, ma anche da problemi che riguardano la sanità. Secondo uno studio del Banco Farmaceutico 4 milioni di persone in Italia non sono in grado di spendere per farmaci di cui avrebbero bisogno. Questo è un segnale che il ministero della Salute dovrebbe recepire.

Abbiamo ragione tutti e due. In ogni sistema pensionistico c’è gente che fa versamenti pensionistici e gente che incassa la pensione. Il problema dell’Inps è di fare cassa tutti i mesi, per avere i soldi da versare ai pensionati. Per loro il fenomeno dell’immigrazione è provvidenziale, perché immette nel sistema un certo numero di lavoratori che fanno versamenti e non prelievi. Non sono versamenti molto cospicui, e non tutti gli immigrati li effettuano perché molti ancora lavorano in nero, ma è comunque quella boccata di ossigeno che contribuisce al funzionamento puntuale dell’Inps.

Se ogni anno arrivano in Italia 500 mila immigrati, lavorano e versano contributi, il sistema regge. Il problema è che un giorno anche questi lavoratori avranno diritto alla pensione. Già nel 2030 raggiungeranno l’età pensionabile 200 mila persone che non sono nate in Italia. Nel frattempo siamo passati dal sistema a ripartizione a quello contributivo, e i nuovi pensionati saranno persone che hanno versato poco e per pochi anni, perché di solito hanno cominciato tardi (prima lavoravano in nero). Riceveranno pensioni da fame commisurate a quello che hanno versato, e per ragioni sociali sarà necessario integrare al minimo i loro assegni pensionistici. La fiscalità generale dovrà contribuire.

Le regole del gioco del lavoro e del pensionamento sono state fissate pensando a un equilibrio fra le generazioni. Quando abbiamo fissato l’età pensionabile e l’importo dei trattamenti, i conti tornavano: entravano nel mondo degli attivi più soggetti di quanti ne uscivano.

Le baby pensioni sono il frutto dell’illusione che il numero dei nuovi lavoratori che facevano versamenti sarebbe sempre stato di molto superiore a quello di chi si ritirava, e il sistema sarebbe rimasto sostenibile. Ma l’alterazione dei meccanismi del ricambio generazionale ha provocato un profondo squilibrio.

Nel 2030 un milione e 50 mila nati del 1964 avranno l’età per la pensione, ma dietro di loro non ci saranno un milione di nuovi lavoratori. Certo, se entrassero 500 mila persone che hanno una capacità di versamenti doppia di quella attuale, il sistema continuerebbe a reggere. Ma non è così.

Ci troviamo in una situazione in cui la proporzione fra popolazione in età di pensione e popolazione in età di lavoro si riduce: attualmente abbiamo tre lavoratori per ogni pensionato, ma fra vent’anni ne avremo solo due per ogni pensionato. E contemporaneamente la produttività del lavoro e il Pil non crescono. Perciò una proporzione crescente di Pil è destinata alle pensioni e alla previdenza.

Se la torta del Pil resta sempre la stessa, la fetta destinata alle pensioni è destinata a diventare più grossa. Solo se c’è crescita la fetta può diventare più sottile. A meno che non si decida di ridurre i trattamenti pensionistici. Ma voglio proprio vedere il governo che lo fa…

Questi rischi per la stabilità del sistema erano già noti ai tempi della Prima Repubblica, i primi studi sono del 1980, ma nessuno si è mai assunto la responsabilità di interventi sul versante demografico. Per vedere tematizzare questo aspetto abbiamo dovuto aspettare lo studio commissionato dal cardinal Ruini pubblicato nel 2011, Il cambiamento demografico.

La demografia africana, anzi la bomba demografica africana, è la grande incognita del XXI secolo. Da qui al 2050 la popolazione dell’Africa nera raddoppierà da uno a più di due miliardi. È vero che nello stesso periodo la popolazione europea conoscerà una leggera flessione numerica, ma non si può pensare di trasportare in un continente già molto affollato come quello europeo centinaia di milioni di persone. Servono regole per la mobilità migratoria africana. Non si tratta di alzare muri, ma di organizzare una mobilità circolare, grazie alla quale gli africani che vengono in Europa si formano, creano reti, accumulano capitale e poi tornano nei paesi d’origine e lì investono i capitali e fanno fruttare le reti di relazioni che hanno creato. Contemporaneamente occorre riformare il settore creditizio africano e i regimi di proprietà, per sviluppare il credito anche col supporto delle banche europee. Senza credito non c’è sviluppo. Senza una soluzione di questo genere, è inimmaginabile quello che può succedere in Europa.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su Start Magazine, qui la versione integrale)

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