Italia

Bonafede fa fibrillare i 5 Stelle?

Bonafede

I Graffi di Damato. Anche i grillini a pezzi, oltre al Pd, per la gestione della crisi-non crisi di Conte

Volente o nolente, non so se per avere sopravvalutato se stesso o per avere sottovalutato le difficoltà degli alleati rimastigli formalmente accanto dopo la rottura con Matteo Renzi, un po’ cercata e non solo subìta, Giuseppe Conte ha ridotto “a pezzi” anche i grillini, oltre al Pd segnalato ieri in un titolo di prima pagina dal pur amichevole Fatto Quotidiano. Che oggi titola sul presidente del Consiglio a 48 ore forse da una crisi questa volta formale, con tanto di dimissioni e passaggio della parola e delle decisioni al capo dello Stato lasciato da troppo tempo alla finestra. E attribuisce sempre a Conte ciò che ieri contestava invece al vice segretario del Pd Andrea Orlando: la richiesta al guardasigilli e capo della delegazione pentastellata al governo, Alfonso Bonafede, di un aiuto. Che consisterebbe nella presentazione imminente alle Camere di una relazione sullo stato della giustizia che tenga conto della fragilità, a dir poco, della maggioranza e conceda qualcosa ai garantisti che da più di un anno aspettano una compensazione della prescrizione breve, ora prevista sino al primo grado di giudizio.

Leggi anche: C’è un caso Bonafede?

In particolare, ciò che i garantisti ancora presenti nella maggioranza, cioè buona parte del Pd, quelli usciti sinora astenendosi, cioè i renziani, e quelli dell’opposizione corteggiati faticosamente per prenderne il posto da “volenterosi” vogliono che finalmente il guardasigilli garantisca davvero, e non più a parole, la determinazione precisa della “ragionevole durata” dei processi stabilita genericamente nella Costituzione. Se il termine fosse, nel complesso di tutti i gradi di giudizio, cinque anni le tensioni potrebbero ridursi. Ma bisognerebbe intendersi bene anche su cosa accadrebbe, e con chi potersela prendere, se i magistrati non riuscissero a rispettare una simile scadenza.

Bonafede, già salvatosi una volta dalla sfiducia individuale promossa contro di lui in Parlamento dal centrodestra con la sostanziale condivisione dei renziani sino al ripensamento dell’ultimo istante, gode dell’appoggio e dell’abbraccio dell’ex capo del movimento grillino Luigi Di Maio, almeno in una foto d’archivio riproposta sulla sua postazione telematica dal ministro degli Esteri. Che continua anche a rilasciare dichiarazioni sull’alternativa fra Conte e Bonafede da una parte e le elezioni anticipate dall’altra senza però convincere molti dei grillini. Alcuni dei quali sono usciti anche allo scoperto, ben consapevoli della possibile decimazione del Movimento 5 Stelle e perciò sensibili a maggiore realismo e responsabilità, anche riaprendo a Renzi. Se n’è reso conto lo stesso Bonafede, di cui Il Messaggero ha riferito in prima pagina, con buone informazioni, il rifiuto o la paura di diventare il capro espiatorio di questa curiosa crisi non crisi gestita con ostinazione da Conte. Che pure deve a lui l’adozione grillina che l’ha portato a Palazzo Chigi.

La politica, come hanno imparato anche quelli che vi sono arrivati di recente scalandone con troppa rapidità e generosità elettorale i gradini, non ha notoriamente fra le sue regole la gratitudine. Forse è esagerata la brutale definizione di “sangue e merda” datane una volta da uno dei protagonisti dell’epoca tarda della cosiddetta prima Repubblica, l’allora ministro socialista Rino Formica, ma certo la politica non è un pranzo di gala. E di sangue ne ha visto scorrere davvero: quello, per esempio, di Aldo Moro nel 1978, dopo lo sterminio della scorta. Il delitto fu firmato dalle brigate rosse, ma non senza complici politici.

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