Italia

Ecco i tifosi (sulla carta) di Carola Rackete

Carola Rackete

Per molti è legittimo solo ciò che fa comodo. La Repubblica italiana di carta col solito titolo forte di prima pagina ha riconosciuto il merito di stare “con Carola” e contro l’Italia e il Governo in carica. I graffi di Francesco Damato

La vicenda della teutonica Carola Rachete, o Rackete, che al comando della solita nave tedesca sotto bandiera olandese ormai specializzata in soccorsi in acque libiche ha sbarcato contro ogni divieto il suo carico nel porto italiano di Lampedusa, rischiando peraltro di schiacciare una motovedetta della Guardia di Finanza e procurandosi anche per questo l’arresto, si è paradossalmente trasformata in un manuale per rendere tanto popolare Matteo Salvini, nonostante le sue smargiassate verbali, quanto impopolare l’Europa. Cui la Repubblica italiana di carta col solito titolo forte di prima pagina ha riconosciuto il merito di stare “con Carola”, appunto. E quindi contro l’Italia o il suo governo legittimamente in carica, per quanto ogni giorno traballante per contrasti interni, che però non riguardano l’immigrazione, essendo su questo terreno leghisti e grillini in sintonia, o in dissenso misurato.

Ormai la legittimità, di cui tutti si riempiono la bocca quando parlano degli avversari, è diventata un valore relativo. Per molti è legittimo solo ciò che fa comodo, o collima con le proprie opinioni, illegittimo tutto il resto. Anche il fondatore della Repubblica italiana di carta, Eugenio Scalfari, che pure da qualche tempo onora la sua veneranda età immergendo i propri articoli domenicali nella filosofia, nella letteratura, nella storia e nelle arti, è sceso questa volta sul terreno della quotidianità per mettere sugli scudi la teutonica Carola e buttare nelle fiamme dell’Inferno politico Salvini.

Scalfari ha ritrovato nel leader leghista quel Benito Mussolini che peraltro lui fece in tempo, da giovanotto, a sentire e vedere invaghendosene al pari di tanti altri, coetanei o meno giovani. Poi, certo, e prima ancora di farsi crescere la barba, il signore si ravvide per battere altre strade e ammirare altri uomini o storie, l’ultima delle quali è stata quella di Enrico Berlinguer, che “Barpapà” è tornato anche in quest’ultima domenica di giugno a proporre come modello al Pd del fratello del mitico commissario Montalbano. Dove però, anziché studiare Berlinguer, con le sue luci e naturalmente anche con le sue ombre, pur generosamente dimenticate da Scalfari, taluni dirigenti hanno avuto altro da fare in questi giorni: tifare pure loro per Carola, salire sulla sua barca, incoraggiarla a sfidare le leggi italiane e assistere anche alla sua dimostrata incapacità di attracco, di cui lei stessa ha dovuto scusarsi con le guardie di Finanza appena scampate alla morte.

Se l’Europa, quella ritrovatasi a Osaka con gli altri “Grandi” della Terra e quella tornata a Bruxelles per trattare la ripartizione delle cariche dell’Unione dopo il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, dovesse essere disgraziatamente  solidale con Carola Rachete, o Rackete, potremmo ben dire e scrivere di lei quello che Scalfari ha appena scritto dell’Italia per lamentare i voti che così abbondantemente raccoglie la Lega di Salvini. “L’opinione pubblica italiana è in gran parte fuori strada”, ha sentenziato don Eugenio trovando così, a sua insaputa, anche la ragione forse principale delle tante copie perse in questi anni nelle edicole pure dalla sua Repubblica: copie che non temo destinare a tornare con quei titoli nerboruti come “Forza Capitana” e “L’Europa sta con Carola”.

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