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Il caso Anpr: perché il Governo blocca la piattaforma online dell’anagrafe?

Anpr

l ministro dell’Interno ha tirato il freno a mano alla piattaforma online della Anagrafe nazionale della popolazione residente, l’Anpr

“Siamo tornati di colpo indietro all’era dell’analogico, altro che tante belle parole spese sulla digitalizzazione del Next Generation Eu”. È lo sfogo, raccolto da Start Magazine, di un avvocato in fila a uno dei tanti sportelli fisici della PA, ora che il ministro dell’Interno ha tirato il freno a mano alla piattaforma online della Anagrafe nazionale della popolazione residente, meglio nota nell’ambiente con l’acronimo Anpr.

LA CIRCOLARE

“Una volta che c’era una cosa che funzionava…” si lamenta un altro legale, sempre in fila, che assiste alla scena. “Ora se io che sono del Foro di Torino voglio un certificato di un soggetto di Asti, devo andare fisicamente là, magari prenotare e litigare con un funzionario che richiede in cambio la marca da 16 senza motivo…”. Il freno a mano lo ha tirato il Viminale con la circolare in cui sostanzialmente accoglie i rilievi del garante della Privacy.

L’Autorità preposta alla riservatezza a sua volta fa riferimento a un altro testo, un decreto ministeriale del  3 novembre 2021: un cittadino iscritto all’Anpr può richiedere il rilascio di un certificato “per sé stesso o uno dei componenti della propria famiglia anagrafica”, ipotesi che blinda l’uso della piattaforma online salutata con soddisfazione soprattutto dagli avvocati (e non solo) in quanto permetteva, con due clic, di ritirare documenti di terzi di cui hanno bisogno per il loro lavoro.

CHI NON CI STA

“L’anagrafe digitale evitava agli avvocati di recarsi personalmente agli uffici dell’Anagrafe dislocati sul territorio che non hanno quasi mai una corsia preferenziale per noi”, racconta un altro legale. “Il comune di Genova – prosegue – fino al 2014 prevedeva uno sportello per i legali che è stato infatti chiuso per motivi di spending review”. “Lo stop – continua il legale – comporta dunque l’obbligo di ritornare agli sportelli con conseguenti perdite di tempo, visto che potremmo trovarci in coda con chi rinnova la carta d’identità e aggravi di spesa dati dalla necessità di recarsi in Comuni anche molto distanti rispetto a dove si lavora e dal fatto che spesso vengono chieste dai funzionari marche da bollo che non sono dovute, come nel caso di certificati per cause di diritto del lavoro o notificazioni civili o penali che al più prevedono la corresponsione di diritti, pari a pochi centesimi, che peraltro non erano richiesti coi certificati digitali”.

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Ma, appunto, il Garante vuole che l’accesso e il dowload dei documenti possa avvenire solo a opera dei diretti interessati o dei loro familiari. Una novità che ha di colpo frenato gli accessi al sito, come testimoniano gli stessi dati sui download dei certificati dalla piattaforma. Questo dopo che solo nel gennaio 2022 i comuni italiani hanno completato la migrazione delle proprie anagrafi nell’ANPR, mentre il nuovo sito, cui hanno lavorato il Ministero dell’Interno, titolare della banca dati dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, responsabile del coordinamento tecnico-operativo e di Sogei, partner tecnologico dell’amministrazione economico-finanziaria, è stato aperto soltanto a metà dicembre.

Le criticità eccepite dal Garante lasciano interdetti gli avvocati: “Parliamo di certificati sostanzialmente pubblici. Non c’è privacy per dati utili da conoscere: se io voglio per esempio fare affari con una persona e non faccio il certificato di nascita, potrei non sapere per tempo che è sotto tutela o amministrazione di sostegno, con conseguenze per me nefaste sia di tipo civile sia penale”.

TUTTE LE CATEGORIE SORPRESE

Gli avvocati non sono la sola categoria presa in contropiede dalla circolare del Viminale, dato che nella stessa si evidenzia inoltre che l’accesso all’Anagrafe nazionale della popolazione residente è consentita esclusivamente tramite il certificato identificativo della postazione, smartcard e credenziali di accesso che il ministero dell’Interno ha assegnato ai Sindaci e ai funzionari dei comunali preposti ad accedere all’Anpr.

“L’impiego di detti dispositivi da parte di soggetti terzi non autorizzati, non abilitati né censiti dal sistema centrale, non è dunque conforme alle modalità e alle misure di sicurezza” scrivono dal ministero “ed altera il sistema di tracciamento delle operazioni effettuate.”

“Preme sottolineare, infatti, che il soggetto con il quale viene stipulata una convenzione” si legge ancora nella circolare, “accederebbe impropriamente all’anagrafe con i dispositivi del personale comunale – ferme restando le gravi responsabilità derivanti dalla cessione di tali dispositivi a terzi – ed entrerebbe in possesso di tutti i profili autorizzativi di cui quest’ultimo è titolare, disponendo, peraltro, di una operatività che l’ordinamento vigente riconosce esclusivamente agli operatori anagrafici.”

L’ACCESSO ALLA PIATTAFORMA ANPR

L’accesso alla piattaforma dell’Anagrafe, come appunto si anticipava, è subordinato all’inserimento dei dati della propria identità digitale ed è per questo che gli esercenti convenzionati non possono chiedere dei certificati al posto di terze persone, come invece accaduto negli ultimi due anni. Uno stop quindi che riguarda non solo gli avvocati alle prese con le loro commissioni burocratiche quotidiane ma soprattutto tutti quegli esercenti che permettevano la capillarizzazione del servizio anche tra coloro che non sono a proprio agio con i PC e la tecnologia.

L’erogazione torna in capo ai soli sportelli comunali, facendo cessare le collaborazioni fin qui intessute con edicole, tabaccherie e cartolibrerie. Mugugnano anche i Comuni, che in era post-pandemica speravano di essersi lasciati definitivamente alle spalle i tempi delle lunghe code aspettando la chiamata del numerino. Anche perché le razionalizzazioni di spesa hanno via via ridotto il personale da destinare a tali mansioni e lo stesso PNRR privilegia le assunzioni di figure altamente specializzate, che ben si districhino con computer, smartphone e software e che sarebbe un peccato lasciare dietro un vetro a dialogare con l’utenza.

IL CASO ANPR: UN NUOVO PASSO FALSO?

I pasticci insomma sull’Anpr sono numerosi e su più livelli, finendo per ricadere anche sui singoli cittadini che, anziché rivolgersi a una edicola (la collaborazione aveva anche lo scopo di tutelarne la sopravvivenza, in un periodo così drammatico per l’editoria), dovranno ora varcare nuovamente l’Anagrafe del proprio Comune di residenza.

Pasticci che ricordano il mezzo passo falso del governo con l’annuncio di voler eliminare Spid per favorire la Cie (più macchinosa da usare, sia per Pin e Puk, sia perché richiede appositi device per essere letta dal proprio smartphone o PC) o con la proroga in zona Cesarini delle ricette mediche virtuali. Ricordiamo inoltre che l’Ue libererà le tranche del PNRR solo se proseguiremo col percorso di digitalizzazione della PA: non sono ammesse retromarce. E potrebbero costarci care.

(Articolo pubblicato su Start Magazine)

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