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Caso Scurati, Rai e Meloni: le versioni di Tarchi, Cardini, Bruno Guerri e Perina

Giordano Bruno Guerri

Il caso Scurati, le fibrillazioni in Rai, le polemiche su fascismo e antifascismo visti con le lenti di storici e politologi che conosco bene la destra

Il caso Scurati continua a imperversare nel dibattito politico, coinvolgendo i massimi vertici di viale Mazzini, la commissione di Vigilanza Rai. In vista del 25 aprile, della Festa della Liberazione, non potrebbe essere altrimenti.

In questi giorni hanno detto la loro sui giornali anche storici, politologi, intellettuali, giornalisti che conoscono bena la destra, dai tempi dell’Msi a Fratelli d’Italia passando per Alleanza nazionale. Tra questi Marco Tarchi, Giordano Bruno Guerri, Franco Cardini, Flavia Perina.

MARCO TARCHI: “MELONI HA VINTO E IL NEOFASCISMO HA PERSO”

Il Foglio ha intervistato Marco Tarchi. Professore emerito dell’Università di Firenze, politologo, dal 1968 al 1982 Tarchi è stato anche militante e dirigente del Movimento sociale, “un punto di riferimento – scrive il Foglio – negli anni più creativi della storia missina quando, erano gli anni Settanta, dai giovani partì un tentativo di sfidare l’ortodossia almirantiana a suon di fanzine satirico-politiche (“La voce della fogna”), riviste (“Elementi”), relazioni intellettuali (Alain De Benoist), slanci letterari (Tolkien). “Tutte cose che per qualche tempo ammodernarono l’ambiente, prima di essere messe al bando dal conformismo dei vertici”, dice Tarchi con amarezza”.

Secondo Antonio Scurati, nel suo monologo, Giorgia Meloni aveva davanti a sé due strade quando è arrivata al governo: “Ripudiare il suo passato neofascista, oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via”. Dice, invece, Marco Tarchi al Foglio, che “se la storia è quella monca e caricaturale che Scurati e altri come lui si affannano a scrivere sotto dettatura della propria ideologia, contrastarla e rivederla sarebbe un atto encomiabile, a patto di non proporre contraffazioni di segno opposto. Ma temo che la destra non abbia né le qualità né il coraggio per farlo”.

La conclusione a cui giunge Tarchi è opposta a quella di Scurati: Giorgia Meloni ha vinto, ma il neofascismo ha perso. “L’Msi – dice – aveva accettato le istituzioni democratiche già negli anni Cinquanta, quando era prevalso il motto: `Non rinnegare, non restaurare’. Da allora in poi, la vera battaglia missina era stata quella sulla memoria, sul tentativo di far accettare la visione del fascismo che aveva chi non lo aveva rinnegato o combattuto dopo il 25 luglio 1943. E quella partita il neofascismo non è riuscito a vincerla. Tant’è che i suoi eredi si sentono costretti a prenderne le distanze per non perdere il capitale di legittimazione che sono riusciti a conquistare”.

Tarchi aggiunge che secondo lui “le condizioni per una controffensiva culturale cominciano a esserci. Di fronte al dilagare, specialmente nelle strutture educative, di visioni e pregiudizi progressisti, chi non li condivide dovrebbe mettere in campo principi e valori in grado di reggere il confronto. Ma non vedo, per adesso, né le idee né le menti adeguate a sostenerla seriamente. Occupare posti nelle istituzioni culturali non significa fare cultura”.

FRANCO CARDINI: “TELEMELONI VARIABILE DI DESTRA DEL POLITICALLY CORRECT”

La Stampa ha intervistato invece Franco Cardini, storico, medievalista e professore emerito di Storia medievale nell’Istituto Italiano di Scienze Umane/Scuola Normale Superiore.

Sulla censura dello scrittore Scurati è netto. «Se davvero basta evocare Matteotti per essere silenziati, altro che 1924». Che ci sia dietro Giorgia Meloni però, non lo convince. Pensa piuttosto al bavaglio come deriva del politicamente corretto e come iniziativa degli «ipermeloniani, collaboratori senza cultura». Il giornalista chiede se fosse davvero così pericoloso il suo monologo. «Non trovo spiegazioni alla censura, sono in disaccordo con Scurati su molte cose ma il punto grave oggi è la censura. Si sta verificando purtroppo quel che prevedevo da tempo. Temevo che la via del politically correct avrebbe fatalmente portato ad azioni censorie. Quando si glorifica la tolleranza, quando si punta alla perfezione e a una società irreprensibile, quando si crea un sistema in cui, com’è da alcuni anni da noi, diventa impossibile mancare di rispetto a qualcuno si finisce automaticamente con la censura. E il tragico destino delle utopie, basti pensare che con le migliori intenzioni gli illuministi hanno combinato la rivoluzione francese…».

La responsabilità insomma – chiede Francesca Paci su La Stampa – non è di Telemeloni ma del politicamente corretto? «Telemeloni è la variabile di destra della deriva del politicamente corretto. Come si è badato finora a evitare le posizioni troppo filopalestinesi, quelle troppo filoputiniane, ora magari c’è chi vuole evitare quelle troppo antifasciste per non offendere chi, secondo loro, cadde per ideali sbagliati ma con onestà. Comunque non credo che Telemeloni sia attribuibile a Meloni ma agli ipermeloniani che sfortunatamente le stanno intorno, e collaboratori senza alcuna cultura». Infine riflessione e provocazioni su fascismo e antifascismo. «Ormai, con l’eccezione del tema fascismo, sinistra e destra dicono le stesse cose (…) Allora provocatoriamente dico viva il fascismo, l’unica occasione in cui ci si può ancora differenziare politicamente e discutere».

CARDINI: “LA RAI DA SEMPRE LOTTIZZATA. NON VEDO DAL GOVERNO PROGETTI DI REVISIONE DEL FASCISMO”

I media, ossia i politici di cui sono ostaggio? «I media sono ostaggio dei politici, è vero. E mi meraviglia che la sinistra, che fino a ieri ne ha tenuto le redini, non sappia che la tv di Stato è da sempre “lottizzata” e che in questa fase, in virtù del successo del partito di Meloni, pende da una parte non consueta. Su questo, la ridicola censura di Scurati non ha elementi di novità». Il monologo di Scurati partiva da Matteotti, assassinato dai fascisti cento anni fa. La Rai si è tirata indietro. Riuscirà Giorgia Meloni a pronunciare la parola antifascista? «Penso che l’antifascismo non sia un concetto chiaro perché ce ne sono tanti e incompatibili fra loro: il fascismo per esempio, aveva cose in comune con il socialismo che era però antifascista. Detto ciò, bisogna chiedere a Meloni e ai suoi. Non ho visto da parte di questo governo grandi progetti di revisione del fascismo o moti di interesse che non siano il richiamo a farne oggetto di studio storico. Dopodiché se il caso Scurati non fosse appunto un caso ci sarebbe da preoccuparsi, se davvero basta evocare Matteotti per essere silenziati altro che 1924…» .

GIORDANO BRUNO GUERRI: “MELONI NON PUO’ RINNEGARE LA SUA STORIA”

Storico del periodo fascista e studioso del rapporto tra italiani e chiesa cattolica, Giordano Bruno Guerri dal 2014 è direttore generale del Vittoriale degli italiani. Il suo nome era anche tra quelli di possibile ministro della Cultura ai tempi delle consultazioni per la formazione del governo Meloni,

Intervistato da Repubblica, Guerri dice la sua sul caso Scurati e alla domanda della giornalista (“Cosa ne pensa della censura ai danni di Scurati?”) mette subito le cose in chiaro. «Perché dice censura?» Come la chiamerebbe? «Ma non sappiamo se è saltata per tircheria della Rai o perché lui voleva più soldi». Motivi editoriali, c’è scritto su un documento Rai. «Io lo avrei fatto gratis». Nel merito che mi dice? «Scurati dice che sulla sua faccia hanno dipinto un bersaglio, ma dimentica che ha attaccato per primo lui». Ma resta la sproporzione di un cittadino attaccato dal governo. «Ma non è un privato cittadino, è uno scrittore famoso. Deve sopportare le reazioni di chi accusa».

Da storico del fascismo come spiega il successo di M? «E uscito al momento giusto. Con un taglio nuovo. Il risultato è fascinoso, specie nel primo volume. Ma non sarà ricordato per il suo contenuto storico». E allora per cosa? «Sarà letto dagli storici del futuro per capire come si discuteva del fascismo al nostro tempo». Come se ne discute? «Caoticamente, strumentalmente. Ma non ha nulla a che vedere con gli studi». Con cosa allora? «Con la necessità della sinistra di dirsi antifascista. Che bisogno c’è di ribadirlo?». Lei è antifascista? «Io sono liberale, libertario, democratico ed ex libertino, e quindi antifascista».

Giorgia Meloni – chiede Concetto Vecchio su Repubblica –  fa bene a non dirsi antifascista? «Non può rinnegare la sua storia. Viene da lì. Ha ancora la fiamma nel simbolo». Ecco. «Capisco che come politica non si possa smentire. Ma sono sicuro che le pesa». Perché non toglie la fiamma? «Lo farà. Ma diamole tempo. Non è così difficile rinnovare le origini». Fini lo fece. «Ma dopo che era al potere da anni. Meloni lo è da meno di due». (…) Concorda su Tele Meloni? «No». Vede mai il Tgl? «Ma è sempre stato così, con il partito che sta a palazzo Chigi. Ho una certa età per ricordare gli spot della Rai a Fanfani». Non c’è occupazione? «Si chiama spoil system». Lei cosa guarda in tv? «I tg, Blob, Crozza, Rai Storia, molto La 7». Insomma, non prevede una democrazia ungherese? «No. Sarei il primo a denunciarla».

FLAVIA PERINA: “CENSURA O STUPIDITA’, L’AUTOGOL DELLA DESTRA”

Infine Flavia Perina, editorialista per La Stampa e storica giornalista del Secolo d’Italia di cui è stata anche direttore responsabile. Ecco alcuni stralci del suo commento sul caso Scurati, pubblicato sul quotidiano torinese. “Che sia censura o atto di stupidità tuttavia poco importa, è possibile pure che le due cose stiano insieme: la censura stupida è una vecchia storia, e la peggiore è quella dei generali che si fanno più realisti del re (o della regina, come in questo caso).

(…) Il testo dell’intervento proponeva una lettura del presente che lo scrittore (e non solo lui) ha sviluppato più volte nei suoi scritti e in tv sul “fascismo mai ripudiato” dalla classe dirigente della destra. Conclusione: «finché la parola antifascismo non sarà pronunciata da chi governa lo spettro del fascismo continuerà a infestare la democrazia italiana». Dedicare novanta secondi a questa opinione non avrebbe fatto cascare il mondo, anzi avrebbe smentito l’idea di una Rai col manganello, appiattita sulla difesa bruta del potere politico. Il vade retro Scurati, qualunque sia il motivo (a maggior ragione se è questione di duemila euro di compenso, come sostengono alcune fonti) ha moltiplicato in modo esponenziale il danno.

(…) Il peggio è che questa tempesta perfetta colpisce la destra proprio mentre, su scene lontane dalla Rai, i fatti smentiscono le Cassandre della sostituzione culturale all’olio di ricino. Pietrangelo Buttafuoco ha appena aperto la Biennale degli “Stranieri ovunque” con un magnifico intervento sulla «bellezza marginalizzata, esclusa, punita, cancellata da schemi di geo-pensiero dominante». Mauro Mazza, commissario straordinario per la Buchmesse di Francoforte, ha da poco annunciato gli assolo in apertura di Dacia Maraini, Claudio Magris e Alessandro Baricco, nomi rispettati a ogni latitudine politica. Insomma, la normalizzazione del rapporto destra-cultura, destra-storia, destra-intellettuali, appariva non soltanto possibile ma avviata nel modo migliore. Il caso Scurati risulta un atto di autolesionismo anche per questo.

(…) Anche Giorgia Meloni ne è consapevole, tantoché ieri sera il monologo di Scurati lo ha pubblicato lei, sulla sua pagina Facebook, prendendole distanze da chi lo aveva cancellato dalla programmazione. A riprova del fatto che la censura è un atto di stupidità che non paga mai, nemmeno quando agisce con la convinzione di favorire o ingraziarsi il potere”.

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