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Che combineranno giovedì i grillini con la fiducia? E come reagirà Mattarella?

Mattarella

I Graffi di Damato

Dopo la “discontinuità”, anzi la “forte discontinuità” chiesta da Giuseppe Conte a Mario Draghi per non fare ritirare dal governo i ministri tuttora pentastellati, torna nelle cronache politiche, fra “retroscena” e scena vera e propria, un altro termine, o rito, della cosiddetta Prima Repubblica: la “verifica” di governo, o di maggioranza. Ne hanno scritto, in particolare, la Repubblica anche con un richiamo in prima pagina e La Stampa solo all’interno, entrambe come passaggio al Quirinale nel caso in cui giovedì prossimo al Senato i grillini dovessero negare la fiducia al governo -concessa invece alla Camera- non partecipando al voto per la conversione in legge del decreto “aiuti”. Che è a loro indigesto soprattutto nella parte in cui consente il termovalorizzatore a Roma. Dove peraltro dietro agli incendi succedutisi con una frequenza a dir poco inquietante si sospettano interessi criminali creatisi attorno all’eterna e costosissima crisi della raccolta e dell’eliminazione dei rifiuti.

La verifica al Quirinale, cui penserebbero alcuni partiti della maggioranza, secondo il racconto di Repubblica, è tuttavia una variante rispetto alla pratica della Prima Repubblica. Allora non si svolgeva, appunto, al Quirinale ma a Palazzo Chigi. A condurre la verifica non era il capo dello Stato ma il presidente del Consiglio, che stavolta si vorrebbe esonerare dal compito non si capisce bene se per proteggerlo o per ridurne la forza, visto anche il calo dell’indice di gradimento personale appena rilevato e rivelato a Libero da Alessandra Ghisleri: dal 60 per cento del suo esordio al 48 per cento, con una perdita quindi di 12 punti, pur attribuiti soprattutto all’area elettorale pentastellata e leghista. Che è l’area dei due partiti che più problemi hanno creato a Draghi in un anno e mezzo di governo. Ma ormai i grillini hanno superato come contestatori i leghisti, essendo il governo “ostaggio” -come dice il titolo di un editoriale di Domani- “del narcisismo di Conte”. Che ha forse indotto Matteo Salvini a contenersi per lasciare all’altro socio della maggioranza, quello da lui privilegiato nella prima maggioranza di questa legislatura, l’onere politico di una crisi nel bel mezzo di emergenze vecchie e nuove.

Esiste tuttavia il pericolo -dal punto di vista o di interesse dei partiti desiderosi di questo passaggio- che la “verifica” al Quirinale sia stata pensata e sia perseguita senza tenere ben conto della disponibilità di chi la dovrebbe condurre, com’è accaduto nei giorni scorsi col cosiddetto “Draghi bis”: ventilato dai grillini e alla fine anche dal segretario del Pd Enrico Letta per allontanare lo spettro delle elezioni anticipate, sottovalutando l’indisponibilità confermata invece dal presidente del Consiglio a cambiare governo e tipo di maggioranza, con i pentastellati fuori dal primo e formalmente ancora partecipi della seconda con l’appoggio esterno. Tanto Draghi ha confermato la sua indisponibilità che il segretario del Pd ha dovuto smettere di parlarne tornando a indicare nell’attuale governo l’ultimo possibile di questa legislatura.

Chi può garantire o scommettere davvero sulla disponibilità del presidente della Repubblica a gestire una specie di pre-crisi, anziché la crisi vera e propria che si apre con le dimissioni del governo in carica e con le consultazioni di rito, e non d’obbligo costituzionale? E’ una domanda che si dovrebbe porre almeno un cronista o un commentatore politico considerando la paternità anche umana del governo Draghi, fortemente voluto da Mattarella a chiusura della pasticciata crisi del secondo governo Conte. Un governo, quello di Draghi, a tutela del quale il presidente della Repubblica si è persino rassegnato alla rielezione cui era indisponibile, su richiesta dello stesso presidente del Consiglio, prima ancora che dei capigruppo parlamentari sfilati al Quirinale, nel momento in cui la scelta di un successore al vertice dello Stato divenne pericolosa per Palazzo Chigi.

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