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Chi sta facendo pressione su Draghi perché resti a Palazzo Chigi

Draghi Colle

I Graffi di Damato

Fra i tanti appelli a Mario Draghi a restare alla guida del governo -tantissimi, forse troppi pensando alle “lacrime finte” non a torto intraviste sulla Stampa da Lucia Annunziata- quello di Mario Monti, che lo ha preceduto a Palazzo Chigi anche lui in circostanze molto preoccupanti per l’Italia, si distingue per fermezza, non per sviolinatura.

Più che una supplica, come Giorgia Meloni ha interpretato la sortita dei mille sindaci protestando per una pretesa distorsione del loro ruolo istituzionale, quella di Monti sul Corriere della Sera è stata quasi una intimazione: col frustino dell’amico, se non con la frusta del superiore almeno di età, per quanto di poco. O di uno comunque senza complessi di inferiorità verso Draghi, disponendo a livello internazionale, o quanto meno europeo, di un prestigio personale uguale, o di poco inferiore. Che si è guadagnato come professore universitario e come commissario europeo di lunga esperienza, designato dall’Italia prima di centrodestra, con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, e poi di centrosinistra, con Romano Prodi alla presidenza dell’esecutivo di Bruxelles.

Una conferma, anzi una reiterazione delle dimissioni da presidente del Consiglio -respintegli la settimana scorsa dal capo dello Stato, che lo ha rinviato alle Camere per una verifica politica, alla luce del sole, dopo lo sbilenco rifiuto della fiducia dei grillini al Senato sul decreto degli aiuti a famiglie e imprese- “sarebbe una mancanza di rispetto verso il Paese e i cittadini”, ha scritto Monti. “E potrebbe intaccare -ha aggiunto mirando ancora più in alto- la legacy dello stesso Draghi, il suo posto nella storia”.

Senza volersi in qualche modo immiserire nelle vicende interne al MoVimento 5 Stelle, che sono all’origine di questa crisi per ora congelata da Mattarella; in particolare, senza volere sottolineare il significato politico pur rilevante della scissione non ancora completa del “partito di Conte”, come lo chiama il fuoriuscito Luigi Di Maio, il senatore a vita Monti ha chiesto “cosa si direbbe dell’Italia all’estero se si dovesse constatare che perfino l’italiano più credibile e rispettato decide di lasciare prima del tempo un impegno di così grande responsabilità? Vogliamo -ha ancora più incisivamente chiesto- uno scudo antispread o anche uno scudo contro atti inattesi dei più credibili protagonisti della vita italiana?”.

“Per tutti questi motivi -ha concluso l’ex presidente del Consiglio- faccio davvero fatica a immaginare che Mario Draghi rassegni in via definitiva le dimissioni da presidente del Consiglio. La forza della ragione, non solo la speranza, mi induce a credere che ciò non avverrà”.

Un altro appello si distingue dagli altri, proveniente pur dall’area del centrodestra da dove ieri è partito un annuncio moltiplicatore delle difficoltà politiche di Draghi, cioè il rifiuto congiunto di Silvio Berlusconi e di Matteo Salvini di continuare a stare in maggioranza e al governo con le 5 Stelle. Ben più prudentemente e realisticamente, considerando proprio la scissione continua in corso nel movimento grillino, da cui starebbero per uscire almeno un’altra trentina di parlamentari, altro che le “poche defezioni” annunciate dal Fatto Quotidiano; ben più prudentemente di Berlusconi e Salvini, dicevo, l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini scrivendo su Libero ha invocato Draghi a seguire gli insegnamenti ricevuti da entrambi a scuola dai gesuiti: “Rigidi nei principi ma duttili nei comportamenti”.

Il presidente del Consiglio ci starà forse riflettendo in Algeria, dove è volato per quella che comunque non sarà la sua ultima missione internazionale perché, male che vada, sarà difficile a Mattarella sostituirlo a Palazzo Chigi prima delle eventuali elezioni anticipate d’autunno. Alla cui gestione il governo di Draghi sarebbe adattissimo.

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