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Come M5S affronta il voto su Rousseau

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I Graffi di Damato sulla posta in gioca nel M5S con il voto su Rousseau di oggi: la leadership di Luigi Di Maio quale capo politico dei pentastellati

Forse, e persino a sua insaputa, Emilio Giannelli ha centrato nella sua vignetta più di tanti editoriali il senso di quella che lui ha chiamato “Suspense Rousseau”,  la Repubblica “roulette Rousseau” e il manifesto a doppio senso “Democlic”, la vera e scontatissima posta in gioco nel referendum dei grillini. Essa non è la poltrona che solleva in aria Giuseppe Conte non alludendo a quella di vice presidente del Consiglio già perduta da Luigi Di Maio, avendovi rinunciato prima ancora di tuffarsi nel vuoto del voto elettronico, ma a quella sua di presidente del Consiglio, minacciata dal no degli iscritti alla piattaforma di Davide Casaleggio intestata all’incolpevole filosofo ginevrino.

COSA COMPORTA IL VOTO SU ROUSSEAU PEER IL M5S

La posta in gioco nel M5S di Beppe Grillo, che dal suo blog personale contempla tutto standosene seduto nello spazio su una curva della Terra, è la leadership di Di Maio, la sua qualifica di capo politico. Essa è già sfiorita con quei sei milioni e più di voti perduti nelle elezioni europee del 26 maggio e ulteriormente indebolita dall’ormai fallito tentativo di essere confermato vice presidente del Consiglio. E ciò, anche se nella sconfitta gli ha dato una mano cristianamente, come da origini politiche nella Dc, Dario Franceschini rinunciando a una casella analoga rivendicata dal Pd.

DI MAIO, STELLA CADENTE?

La luce di Di Maio nel firmamento grillino è diminuita man mano che è cresciuta, col rigeneratore del comico genovese in persona, quella di Conte. Il quale quanto più cerca di presentarsi in pubblico come terzo, definendo “impropria” l’appartenenza pentastellata dimostrata dalla stessa conferma a Palazzo Chigi reclamata dai grillini e subìta dal Pd, tanto più viene “elevato” dal fondatore del movimento, quasi asceso alla vetta sottostante alla sua, o affiancato come Gesù accanto a Dio, ricorrente nel blog del comico genovese come suo interlocutore diretto.

La dissociazione di Di Maio dal contesto politico nel quale si trova si avverte nella continua e paradossalmente sempre più insistita rivendicazione di guidare un movimento “deideologizzato”, cioè “né di destra né di sinistra”, che proprio per questo potrebbe accordarsi indifferentemente con l’una e con l’altra.

UNA POSIZIONE SCOMODA

Di solito quando non si è né di destra né di sinistra ci si colloca al centro. Ma anche questa forse è per Di Maio una posizione ideologica, e quindi estranea alla sua portata. Se poi il giovane ormai ex vice presidente del Consiglio decidesse di sentirsi di centro in senso fisico o matematico, essendo stato il suo movimento il più votato nelle elezioni politiche dell’anno scorso, come capitò in passato a lungo alla Dc, bisognerebbe ricordargli che le cose in un anno sono parecchio cambiate negli umori del Paese. Che difficilmente torneranno ad essere quelli del 2018 solo evitando le elezioni anticipate e congelando il Parlamento in carica. E poi, via, definire centrista, con tutto quel che ci siamo abituati a considerare il centro, un movimento come quello grillino, è roba più da pazzia che da politologia, per quanto facciano rima.

UN PD SBIADITO VICINO AL M5S

Il succo dell’operazione politica sottoposta al referendum digitale dei grillini, a parte tutti i rapporti di questa prova elettronica con la democrazia messi in dubbio nel titolo dubitativo dell’editoriale di Repubblica, sta nell’ottava delle dieci ragioni elencate da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano per invogliare al sì i suoi lettori e iscritti alla piattaforma Rousseau.”Un Pd così sbiadito e diviso, senza leader né slogan forti, è un alleato meno insidioso e concorrenziale del monolite Salvini”, ha scritto Travaglio, immagino con quale reazione, a leggerlo, da parte di Nicola Zingaretti, appena inorgoglito da un mezzo peana riservatogli sul Corriere della Sera da Paolo Mieli. Il quale è convinto che egli abbia addirittura “compiuto un’impresa destinata a restare negli annali” per avere “raccattato un partito ai minimi storici e -anche a costo di trovarsi due o tre volte in contraddizione con se stesso- lo sta portando al governo” percorrendo “vie correttissime sotto il profilo costituzionale”. E così al Corriere sembrano passati di fronte alla crisi dubbi, preoccupazioni e quant’altro emerse di recente.

 

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