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Perché Conte è deboluccio

Conte

Cosa succede a Conte. I Graffi di Damato

Mentre Putin, malato o sano che sia, secondo le varie voci che girano sulla sua salute, comincia a doversi occupare delle fiamme che la guerra scatenata contro l’Ucraina hanno raggiunto anche il territorio della sua Russia, dove serbatoi di combustibili sono stati colpiti non si è ben capito se da elicotteri ucraini o da sabotatori interni, a Roma Giuseppe Conte è costretto a rendersi conto del carattere effimero della vittoria che -sempre ai margini del conflitto in Europa- gli era sembrato di avere ottenuto nel braccio di ferro improvvisato con Mario Draghi contro l’aumento delle spese militari.

“Draghi sulla Difesa ha fatto retromarcia”, ha continuato a vantarsi oggi sul Fatto Quotidiano la vice presidente grillina del Senato Paola Taverna, una specie ormai di “pasionaria” politica dell’ex presidente del Consiglio, ma lo stesso giornale diretto da Marco Travaglio, pure lui convinto che Conte sia stato il migliore presidente del Consiglio italiano dopo Cavour, ha proposto come coppia vincente e sfidante del governo, in un fotomontaggio di prima pagina, lo stesso Draghi e il suo ministro della Difesa Lorenzo Guerini, entrambi in sella a un missile affiancato da altri.

Questa del Fatto è una versione più spaziale, diciamo così, della rappresentazione della coppia fatta da Emilio Giannelli in un vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera. Dove Draghi spinge sicuro il carrello della spesa del governo presidiato in armi da Guerini. Che è solo il ministro della Difesa e, nel partito il capo della corrente chiamata “Base riformista”, composta dai renziani rimasti nel Pd, ma di fatto è diventato con l’offensiva condotta o tentata da Conte il vero capo della delegazione piddina al governo. Che formalmente continua invece ad essere il ministro del lavoro Andrea Orlando.

Gli equilibri nel Pd nelle ultime 48-72 ore sono cambiati grazie proprio a Conte, che ne vedrà probabilmente gli effetti anche nella partita appena aperta delle 600 e più nomine da fare negli enti e aziende controllate dallo Stato. A proposito delle quali i candidati pentastellati dipenderanno, ad occhio e croce, dall’ultima parola più del ministro degli Esteri Luigi Di Maio che del presidente del MoVimento Conte, a favore della cui offensiva contro Draghi, con tanto di spiegazioni fornite al presidente della Repubblica, il giovane titolare della Farnesina non ha mai pronunciato una parola o fatto una smorfia. Ecco, Di Maio sta al governo, sotto le cinque stelle, come Guerini per il Pd.

Di fronte a questo tipo di rapporti personali e politici, e in una legislatura ormai agli sgoccioli, cui ne seguirà non più tardi dell’anno prossimo un’altra nella quale il peso delle 5 Stelle e quello personale di Conte saranno sicuramente inferiori alla “centralità” conquistata nelle elezioni del 2018, tutto diventa aleatorio: anche i sei anni, anziché quattro, concessi a parole neppure direttamente da Draghi, ma solo da Guerini, per portare le spese militari al 2 per cento del pil. E chissà in quale contesto internazionale e, più in particolare, europeo anche per gli effetti della guerra in corso adesso persino sul territorio russo. Non sembrano insomma profilarsi tempi incoraggianti per “Pochette”, come già Conte viene ironicamente soprannominato al Nazareno per la sua abitudine di infiocchettare il taschino della giacca.

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