Il sottosegretario lancia l’ultimatum a Vannacci sul sostegno a Kiev mentre la segretaria dem Elly Schlein accusa il governo di ignorare gli appelli del Colle sulla moderazione dei toni.
A meno di un mese dal voto popolare sulla riforma della giustizia, il dibattito politico viene incendiato da un durissimo scontro a distanza tra il governo e le opposizioni, centrato sul ruolo simbolico di Vladimir Putin nel contesto del sistema giudiziario.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, ha innescato la polemica sostenendo che il leader del Cremlino voterebbe contro la separazione delle carriere poiché in Russia non esiste tale distinzione funzionale. È la fotografia scattata dai principali resoconti parlamentari e dalle cronache di giornata che raccontano di un clima sempre più teso in vista della consultazione del 22 e 23 marzo, con Elly Schlein che accusa l’esecutivo di ignorare i richiami del Quirinale alla moderazione dei toni.
IL FOCUS: COSA C’ENTRA PUTIN CON IL NO AL REFERENDUM
L’accostamento tra il regime russo e il fronte del “No” nasce da una provocazione lanciata da Giovanbattista Fazzolari a margine di un convegno al Senato dedicato ai quattro anni della resistenza ucraina e alle strategie di disinformazione del Cremlino. Il sottosegretario, sollecitato dai cronisti sulle prospettive del referendum, ha individuato un parallelismo tra l’assetto della giustizia moscovita e la riforma italiana. “In Russia non mi risulta che ci sia la separazione delle carriere. Putin sicuramente voterebbe no”, ha affermato il braccio destro di Giorgia Meloni.
La logica sottesa a questa frase mira a presentare la riforma non solo come una necessità tecnica, ma come una scelta di campo tra un sistema democratico di stampo occidentale e modelli autoritari dove la magistratura è centralizzata. Secondo la visione della maggioranza, ribadita anche dal copresidente dei Conservatori europei Nicola Procaccini oggi in un’intervista a La Stampa, la separazione delle carriere è un principio cardine presente in 25 dei 27 Paesi dell’Unione Europea.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha poi rincarato la dose sottolineando a Ping Pong su Radio 1 che la mancanza di distinzione tra chi giudica e chi accusa è “più attinente alla cultura russa”, lasciando ai cittadini il compito di valutare quale modello sia preferibile per l’Italia.
LA REAZIONE DI ELLY SCHLEIN E L’APPELLO AL COLLE
La risposta della leader del Partito Democratico è arrivata in tempo reale da Latina, tappa di una trafelata campagna elettorale segnata da ritardi logistici ma toni politici molto accesi. Elly Schlein ha bollato le parole di Fazzolari come una dimostrazione di “assenza di argomenti”, criticando aspramente il governo per non aver dato seguito all’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla necessità di abbassare i toni dello scontro. “Alla faccia della non politicizzazione”, ha ironizzato la segretaria dem dal palco del teatro Moderno, sostenendo che il vero obiettivo della riforma sia “assoggettare i magistrati ed evitare i controlli”.
Schlein ha inoltre attaccato il ministro Carlo Nordio, rifiutando l’idea che la riforma possa servire anche alla sinistra quando sarà al governo: “Glielo ripeto, quando andremo al governo noi vogliamo essere controllati. Grazie, ma no grazie”. Per il Nazareno, l’uso della figura di Putin nel dibattito referendario è pura propaganda volta a delegittimare chiunque difenda l’attuale unità della magistratura.
IL FRONTE DEL NO TRA DIRITTO E PREMIERATO
Mentre i palazzi romani discutono di diplomazia e giustizia, il fronte del “No” si compatta attorno a una visione che lega la riforma costituzionale della magistratura al progetto del premierato. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha avvertito che una vittoria dei “Sì” aprirebbe immediatamente la strada ai “pieni poteri” per il primo ministro, allontanando l’indipendenza dei pubblici ministeri per timore delle inchieste.
Questa posizione è la fotografia scattata anche dai dibattiti accademici e giudiziari, dove Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, ha lanciato un monito tecnico: “Per sei persone che si spostano tra giudice e pubblico ministero si cerca di modificare sette articoli della Costituzione”. A fargli eco è Cesare Parodi, presidente dell’Anm, che durante un incontro all’università La Sapienza ha parlato di un rischio per la democrazia così come la conosciamo, paventando un attacco frontale all’indipendenza di chi ha “l’ultima parola” nei processi civili e penali.
LA RIFORMA COME EREDITÀ DEL CODICE VASSALLI
Dalle file di Noi Moderati, Mara Carfagna ha invece tentato di riportare la discussione su un binario storico-giuridico, difendendo Fazzolari e criticando la “drammatizzazione” dell’opposizione. Secondo quanto affermato dal segretario del partito, la riforma non è un colpo di mano ma la “naturale conseguenza dell’entrata in vigore del codice Vassalli” alla fine degli anni ’80. Carfagna ha spiegato durante il suo intervento di questa mattina a Start su SkyTg24, che se le regole del processo sono cambiate prevedendo due squadre (difesa e accusa) e un arbitro (giudice), l’ordinamento è rimasto invece ancorato al passato, mettendo di fatto “l’arbitro sempre nello spogliatoio di una delle squadre”.
La tesi del centrodestra, dunque, è che la riforma serva a garantire la percezione della terzietà del giudice, smentendo l’ipotesi di un controllo della politica sul pubblico ministero, eventualità alla quale Noi Moderati si dichiarerebbe fermamente contraria.
UCRAINA E DISCIPLINA DI COALIZIONE: IL CASO VANNACCI
A margine del dibattito giudiziario, Giovanbattista Fazzolari ha utilizzato la vetrina del convegno per inviare un messaggio durissimo sulla coesione della maggioranza in tema di politica estera con un attacco frontale a Roberto Vannacci e al nuovo movimento “Futuro Nazionale”. Il braccio destro della premier ha chiarito che “chi è contro gli aiuti a Kiev si autoesclude dalla coalizione”, ribadendo che il sostegno all’Ucraina è un punto non negoziabile del programma di governo.
Le parole del sottosegretario arrivano dopo il voto contrario di Vannacci al nuovo decreto sugli aiuti militari, segnando un solco profondo con l’ex vicesegretario della Lega. In questo scenario, mentre la coalizione si prepara alle ultime settimane decisive di campagna elettorale, appare sempre più probabile che Giorgia Meloni e i suoi ministri parteciperanno a eventi separati dagli alleati per evitare che il referendum si trasformi in un test sulla stabilità del governo. Le date chiave sono già state fissate: il 12 marzo a Milano e il 18 a Roma.

