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Crisi di governo, che succede in Senato. La giornata più lunga di Draghi e Conte

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Dl Aiuti, è il giorno della fiducia e i 5 Stelle dovrebbero uscire dall’aula, portando il governo a una crisi balneare. Letta e Di Maio chiedono una verifica, Salvini e Berlusconi pronti alle elezioni. La diretta dal Senato

Alla fine il gran giorno è giunto. La Camera Alta sarà forse scenario del redde rationem tra Giuseppe Conte e Mario Draghi, legati da un’antica inimicizia, a senso unico, parrebbe, dato che l’attuale premier non sembra aver mai dato troppo peso a chi lo ha preceduto, mentre l’avvocato degli italiani continua a vederlo come l’uomo che gli ha soffiato Palazzo Chigi e i sogni di gloria, dopo che aveva fatto anche l’impossibile come nocchiero per traghettare il Paese sicuro nella tempesta del Covid.


A dire il vero, se si riavvolgono gli avvenimenti della giornata di ieri (uno dei rari casi in cui la vigilia appare più turbolenta dell’avvenimento vero e proprio), Giuseppe Conte questa crisi di governo che pure ha innescato non sembra più volerla davvero. Soprattutto dopo che Draghi ha confermato che non seguiranno altri esecutivi, che non sono possibili cambi del perimetro della maggioranza così a stretto giro dalle elezioni. Il presidente del Consiglio in carica ha ribadito di essere stato chiamato per risolvere una situazione emergenziale e non è disposto a concedere ai 5 Stelle, in piena crisi esistenzialista, in continua emorragia di voti e onorevoli, il lusso di alcuni mesi all’opposizione, utili a impallinare l’esecutivo a più riprese a uso e consumo del proprio elettorato.

Draghi non ci sta a fare il merlo impagliato, ma non ci starebbe nemmeno l’intero centrodestra, da Silvio Berlusconi a Matteo Salvini, ben consapevoli che finora la loro permanenza nel governo ha fatto crescere nei consensi solo Giorgia Meloni, all’opposizione. E, a sorpresa, non ci starebbe nemmeno il PD, il più governista tra i partiti, indipendentemente dal segretario e da chi siede a Palazzo Chigi.

Ecco perché quello che a Conte pareva un piano perfetto, ovvero sfruttare a proprio vantaggio la fuoriuscita dei dimaiani (che di fatto disinnesca la portata dirompente della rottura, lasciando a Draghi i numeri per governare), verso metà giornata si tramuta in un’arma a doppio taglio. Se si va al voto, Giuseppe Conte sarà il solo responsabile di una crisi politica in piena estate, con una finanziaria da tessere, le scadenze dell’Ue da rispettare o addio al Recovery Plan, in piena emergenza energetica e forse pure sanitaria, dato che i numeri dei contagi della nuova variante Covid-19 sono ormai quelli di gennaio, quando c’era il green pass obbligatorio e molto presto potrebbe essere necessario richiamare l’intera struttura commissariale. Se si va al voto, il Movimento 5 Stelle non ha una classe dirigenziale spendibile, specie se resta la regola dello stop dopo il secondo mandato. Ma, soprattutto, se si va al voto, tornerà in campo Alessandro Di Battista, che senz’altro riesce a fare opposizione in modi così sguaiati e urlati che Conte non può nemmeno immaginare. Insomma, forse oggi per Draghi finirà l’esperienza governativa, ma per Giuseppe Conte rischia di terminare l’esperienza da leader dei 5 Stelle. Il primo cesaricida kamikaze della storia?

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