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Crisi di governo, Draghi al Colle per far capire a Conte che ha perso la pazienza

Governo Draghi

I Graffi di Damato

Mario Draghi, che forse ne ha davvero “le tasche piene”, come gli fa dire Francesco Verderami sul Corriere della Sera, ha mandato un chiaro segnale, o monito, salendo ieri al Quirinale per consultarsi col presidente della Repubblica sullo spettacolo appena dato dalla Camera dai grillini. I quali, pur avendo nella scorsa settimana votato la fiducia posta da governo sul cosiddetto “decreto aiuti”, non hanno voluto approvare ieri il provvedimento in 85 su 104 deputati. E ciò in esecuzione di una direttiva esplicita del capogruppo.

Se analogo comportamento – come anticipato dagli interessati- si ripeterà davvero giovedì al Senato, dove però a causa di un regolamento più coerente e stringente sarà unica la votazione sulla fiducia e sul provvedimento, il presidente del Consiglio tornerà al Quirinale non più per riferire o consultarsi col capo dello Stato ma per rassegnare le dimissioni. Alle quali Mattarella reagirebbe non accettandole con la consueta riserva ed aprendo le consultazioni di rito, ma rinviandolo subito alle Camere per una discussione davvero chiarificatrice, per vedere cioè se e quale maggioranza esista attorno al suo governo. Sarebbe quindi una verifica alla luce del sole, in Parlamento, non quella riservata nell’ufficio del presidente della Repubblica ricevendo le solite delegazioni dei partiti nell’altrettanto solita riservatezza, per quanto mitigata dall’abitudine di conservare di ogni incontro in occasione delle crisi di governo una specie di verbale riservato, lasciandone al capo dello Stato la valutazione per le sue decisioni, magari spiegate poi alla stampa davanti alle telecamere.

La cronaca dell’incontro di Draghi con Mattarella fatta sul Corriere della Sera dal solito, attendibilissimo Marzio Breda è molto chiara. Il presidente del Consiglio -ha scritto il quirinalista del più diffuso giornale italiano- potrebbe presentarsi dimissionario e essere magari rinviato dal presidente della Repubblica alle Camere, per aprire quella verifica politica che nelle ultime ore è parsa fra le eventualità meno remote”. Essa infatti è stata pubblicamente chiesta all’interno della maggioranza da Silvio Berlusconi e condivisa dalla Lega.

Nel passaggio parlamentare della verifica -senza quindi la bizzarria della “verifica al Quirinale” ventilata ieri da giornali come lo stesso Corriere della Sera e La Stampa- Draghi potrebbe trovarsi avvantaggiato, rispetto alla voglia di disimpegno dei grillini gestita all’esterno delle Camere da Giuseppe Conte, da un eventuale avvio oggi di un costruttivo confronto con i sindacati su problemi che in gran parte coincidono con le richieste della “discontinuità” o di un “cambio di passo” avanzate a Palazzo Chigi dal presidente del MoVimento 5 Stelle con un documento articolato in nove punti. In caso di questo avvio costruttivo, auspicato tanto da Draghi quanto da Mattarella, che ha incoraggiato il presidente del Consiglio su questa strada, una prosecuzione della sostanziale guerriglia, o guerra di nervi, di Conte contro Draghi sarebbe davvero anacronistica perché i grillini scavalcherebbero addirittura i sindacati.

In tal caso tuttavia -mi risulta che pensino al Quirinale- sarebbe forse più facile, o meno difficile, convincere Draghi a proseguire il suo lavoro senza i grillini nel governo, e persino col famoso “Draghi bis” escluso sinora dall’interessato, ma ventilato per qualche ora -nei giorni scorsi- anche dal segretario del Pd Enrico Letta.

Tutto insomma è ancora in movimento, al minuscolo, lasciando al MoVimento, quello con la maiuscola di Conte, il compito che si è assunto di pestare i piedi nel mortaio della sua crisi elettorale e della scissione di Luigi Di Maio. Che peraltro non sembra ancora completata, essendoci una ventina di parlamentari “governisti” pronti ad aggiungersi agli oltre sessanta che hanno già seguito il ministro degli Esteri componendo gruppi alla Camera e al Senato e facendo perdere a quelli di provenienza la maggioranza relativa, passata alla Lega.

 

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