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Crisi, il problema non è Draghi ma la qualità della politica

DRAGHI Putin CONTE NATO

Non è un caso se la compagine del “governo dei migliori” assomigliava spaventosamente a quella del “governo dei peggiori” che era necessario a tutti i costi sostituire…

A suo tempo, dissi a qualche amico che il tripudio e gli entusiasmi che accompagnavano l’incarico a Mario Draghi avevano a che fare più con il religioso che con il politico. Ovviamente non erano in discussione le qualità dell’uomo che, può piacere o meno, parlano da sole, ma il fatto che non si governa con l’autorevolezza o la credibilità (che tanto piacciono a titolisti e opinionisti social o meno), ma molto più prosaicamente con l’assetto politico-istituzionale in cui ci si muove. Che, nel caso di specie, senza paura di essere smentito, è stato il peggiore che la Repubblica italiana ricordi, nonostante fosse avvezza a legislature e classi politiche indecenti (valga per tutte l’osceno spettacolo di un Parlamento che, senza dignità, piegato alle incontinenze di un anziano satrapo ha votato che effettivamente una minorenne di nome Ruby era stata ospitata dall’allora presidente del Consiglio perché ritenuta nipote di Mubarak).

Non è un caso se la compagine del “governo dei migliori” assomigliava spaventosamente a quella del “governo dei peggiori” che era necessario a tutti i costi sostituire. E le cose, se è possibile, sono addirittura peggiorate con le allucinanti nomine dei sottosegretari (come si dimenticano velocemente le cose!). Il risultato non poteva che essere un’azione di governo segnata da compromessi al ribasso, tenuta in piedi soltanto dalla credibilità personale e internazionale di Draghi.

Le dimissioni di Draghi fanno emergere il grande e ormai cronico vuoto di persone, di idee, di politica dei partiti. Lo stesso vuoto che ha generato, da un lato, l’illusione che parole nobili ma vacue (non perché prive di senso, ma perché politicamente neutre) come “onestà”, “partecipazione”, “cittadinanza” fossero sufficienti per costruire un soggetto politico capace di pensare, governare e compiere scelte all’interno di un sistema complesso, senza che fossero necessari un minimo di preparazione, di storia, di gavetta, di dialettica. Dall’altro, ha appaltato il compito e il dovere di governare a figure terze, dai lineamenti messianici, certamente autorevoli e carismatiche, ma fondamentalmente sole, autoreferenziali e quindi ostaggio di quello stesso schema politico che le aveva prodotte.

Draghi e il Movimento 5 stelle, distanti anni luce da un punto di vista di cultura e caratura politica, sono però entrambi il prodotto di una politica in metastasi, prigioniera di personaggi in cerca di autore, che vive più sui social a farsi dettare la linea da Yoda, Yoghi, mastro Lindo76, piuttosto che studiare e confrontarsi con una realtà complessa e sempre più feroce in cui, l’inflazione sta lì a ricordarcelo, il conto più salato, ogni giorno, lo pagano i più poveri.

di Giampaolo Bortone, docente nelle scuole secondarie di secondo grado

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