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Dal Movimento 5 Stelle alla Lega: come stanno i partiti dopo la rielezione di Mattarella

Conte Movimento 5 Stelle Lega

La politica prova a ripartire da Mattarella: la sua rielezione ha mandato in frantumi il centrodestra, per colpa della corsa in solitaria della Lega e il Movimento 5 Stelle, dove si giocherà la partita tra Conte e Di Maio

Mattarella come collante e disgregante della politica italiana. Da un lato, infatti, la sua rielezione ha permesso ai partiti di evitare di continuare a macerare nell’incertezza nell’aula, tra i candidati improbabili tirati fuori a ripetizione dal cilindro di Matteo Salvini e i franchi tiratori, dall’altro però ha fatto emergere, prepotentemente, tutte le divisioni interne ai partiti. Due le situazioni particolarmente critiche: nel centrodestra e nel Movimento 5 Stelle.

È durata solo una settimana l’investitura definitiva di Matteo Salvini alla guida della coalizione, dopo che Silvio Berlusconi, sabato 22 gennaio, era stato costretto a ritirare la propria candidatura. Una settimana convulsa e caotica nella quale il leader leghista ha dimostrato di non aver alcun progetto e ha continuato a bruciare candidature su candidature. Col risultato che adesso la coalizione è in frantumi. A Bruno Vespa la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha raccontato di aver : «Sentito Salvini l’ultima volta in mattinata, mi ha mandato un messaggio e mi ha chiesto: ‘Sei in ufficio? Salgo’. Ma da allora non l’ho più sentito». Quindi dalle agenzie ha saputo che il suo omologo leghista avrebbe sostenuto la candidatura di Mattarella.

Anche il Movimento 5 Stelle raccoglie i cocci, e le crepe si allungano a tutta l’alleanza giallorossa. Colpa, principalmente, della pessima partita giocata da Giuseppe Conte, che in più occasioni ha fatto sospettare i dem che stesse provando a ricucire i rapporti con Salvini. Ancora una volta l’ex presidente del Consiglio ha evidenziato la propria incapacità nel tessere strategie politiche lungimiranti, complice peraltro il fatto di aver dovuto giocare la partita da esterno, non avendo seggi in Aula; ben più felpato, e per questo al momento maggiormente apprezzato dal Pd, Luigi Di Maio, che pure ha provato a giocare una partita tutta sua (pare perfino finalizzata a diventar premier al posto di Mario Draghi), ma lo ha fatto senza strappi e scivoloni, confermando di essere un democristiano mancato, grigio negli abiti e nei modi.

«Se Di Maio parla di fallimento – l’accusa di un Conte uscito visibilmente stremato dalla settimana -, se di Maio ha delle posizioni, le chiarirà perché lui era in cabina di regia, come ministro l’ho fatto partecipare, ci chiarirà i suoi comportamenti, non a Conte ma agli iscritti». La replica di Di Maio è stata altrettanto dura: «Decisioni in cabina di regia? Non si è mai parlato di fare annunci roboanti su presunti accordi raggiunti con Pd e Lega, oggi smentiti anche dal segretario dem Letta. Non si provi a scaricare le responsabilità su altri. E’ chiaro che ci sono diversi aspetti che vanno chiariti». Del resto, con le sue condotte, Conte ha fatto capire che ha provato a far cadere il governo, perciò dovrà spiegare parecchie cose agli alleati. E nella stessa situazione si trova peraltro Salvini, che ha provato a imporre candidati divisivi.

I due principali azionisti del governo Draghi, i gialloverdi, sono insomma nel pieno della crisi di nervi. Restano da capire le ripercussioni sulla tenuta dell’esecutivo. Lo stesso presidente del Consiglio, che si è visto chiudere le porte del Quirinale in faccia dopo aver dato la propria disponibilità da “nonno al servizio delle istituzioni”, potrebbe non godere della medesima autorevolezza che aveva prima. In compenso, potrà beneficiare dell’ombrello di un Sergio Mattarella che ha dovuto disfare le valigie e disdire il contratto d’affitto della casa che si era già procurato ai Parioli. Il Capo dello Stato si è nuovamente assunto il peso della res publica sulle proprie spalle, ha accettato solo perché il Parlamento lo ha designato in contrasto con le decisioni dei rispettivi leader, costretti poi a supplicarlo. Difficile, dunque, non ascoltarlo, ora che è il solo punto fermo della politica italiana.

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