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Di Maio non perde il vizio di correggere Conte

5 Stelle Di Maio Conte

Di Maio, al solito, corregge e spiazza Conte anche sul Quirinale. I Graffi di Francesco Damato

Eppure Giuseppe Conte, travestendosi da ingenuo davanti alle telecamere o al telefono di chi lo raggiunge per strappagli un commento all’ultima uscita dell’”amico Luigi”, come lui stesso lo chiama comprendendone peraltro l’esposizione impostasi per il lancio del libro autobiografico di amore per la politica, dice che “il controcanto” ormai continuo del ministro degli Esteri ed ex capo del MoVimento 5 Stelle è solo “una fantasia”, “una malizia” di noi giornalisti. Che d’altronde siamo abituati da tempo ad essere trattati male. Prima ancora che Beppe Grillo, il “garante” sia di Conte sia di Di Maio, dicesse di noi che voleva mangiarci per il gusto di poterci poi vomitare, un furibondo Ugo La Malfa nei lontani anni Sessanta ci aveva dato dei “pennivendoli” per non condividere i metodi spicci che lui usava per dirimere le vertenze all’interno del suo partito, sino a rimuovere il presidente del collegio dei probiviri. Non parliamo poi delle “iene dattilografe” che rimediammo da Massimo D’Alema nello storico Transatlantico di Montecitorio.

Non appena Conte nei panni, si presume, di capo del MoVimento 5 Stelle considerato ancora come quello più rappresentato in Parlamento, per quanto abbia perso per strada già parecchi deputati e senatori, ha annunciato l’adesione alla proposta di Enrico Letta di un vertice fra i leader della maggioranza e Draghi per blindare la legge del bilancio all’esame del Senato, ma proponendo di parlare anche di riforme costituzionali, Luigi Di Maio appunto si è fatto sentire per dire no, come si legge nel titolo di apertura della Stampa. Che peraltro è lo stesso giornale che aveva lanciato ieri il sì di Conte.

Secondo Di Maio si rischierebbe di mettere troppa carne al fuoco, di complicare anziché semplificare i problemi, ma soprattutto di dare troppo spazio e credibilità a due signori che non ne meritano per niente. I due campioni della inaffidabilità sarebbero in ordine alfabetico Renzi e Salvini, forse non a caso chiamati entrambi Matteo dai loro genitori. E speriamo che Di Maio non si spinga sino a quello scivolone occorso nel salotto televisivo di Nicola Porro nientemeno che ad Antonio Martino. Che ha dato dei menagramo a chi si chiama Mario, come Draghi e Monti. Ah, professore, che mi ha fatto stavolta.

Tra paura del Covid e della confusione politica c’è molto nervosismo nei palazzi romani e nei giornali. In quello, per esempio, della famiglia Berlusconi, Il Giornale che fu di Indro Montanelli, il direttore Augusto Minzolini oggi se l’è presa col centrodestra messo nei guai, e a rischio di dissoluzione quando si chiuderà la vicenda quirinalizia, per il comportamento non sempre o per niente lineare di Salvini e di Giorgia Meloni. Che non sembrerebbero “davvero consapevoli di quale sia la posta in gioco dei prossimi mesi”, quando forse -provo a ipotezzare- potrebbero rimanere ai loro posti sia Mattarella sia Draghi, addirittura prenotatosi con i sindacati, secondo un titolo de Messaggero, a trattare l’ennesima riforma delle pensioni. E senza la certezza che per consolazione Berlusconi rimedi il laticlavio da un Mattarella confermato a garanzia di una rapida e risolutiva modifica costituzionale contro la rieleggibilità.

I cinque posti di senatore a vita di nomina presidenziale a disposizione dei benemeriti della Repubblica sono tutti già occupati: in particolare, da Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia e Liliana Segre, in ordine cronologico di promozione.

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