Italia

Di Pietro, Craxi e Andreotti. I Graffi di Damato

I Graffi di Damato

Anche Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici, rimasto il più famoso fra i magistrati della Procura di Milano che, guidati da Francesco Saverio Borrelli, condussero l’inchiesta nota come “Mani pulite” sul  finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che spesso ne derivò, ha deciso di ricordare a suo modo Bettino Craxi nel ventesimo anniversario della morte ad Hammamet. Dove sono corsi in tanti dall’Italia in questi giorni per onorare la memoria del leader socialista, sentendolo e riproponendolo come il capro espiatorio di una vicenda che già indusse dieci anni fa l’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, a denunciare in una lettera pubblica  la “durezza senza uguali” praticata contro di lui dai tribunali, dai giornali e dalla politica. Si vollero insomma usare indagini e processi più per liberarsi di Craxi che per fare davvero giustizia.

Di Pietro è intervenuto a suo modo, dicevo, perché in una clamorosa, a dir poco, intervista all’Espresso ha riscritto la storia di “Mani pulite”. Egli l’ha riproposta come una specie di variante di quella che avrebbe dovuto essere un’altra indagine, da chiamare paradossalmente “Mafia pulita”. Che sarebbe dovuta sfociare contro Giulio Andreotti, sviluppando un voluminoso fascicolo dei Carabinieri sui rapporti fra la stessa mafia e gli imprenditori di tutta Italia, dal Nord al Sud, per la spartizione degli appalti con l’aiuto o la copertura della politica.

Proprio lui, Di Pietro, si proponeva di chiedere l’arresto di Giulio Andreotti se Raul Gardini quella mattina di luglio del 1993 uccidendosi non si fosse sottratto all’interrogatorio già concordato fra lo stesso magistrato e il legale dell’imprenditore.  Che si uccise per un tragico equivoco, diciamo così, scorgendo i carabinieri in piazza dalla finestra della sua camera e interpretandone la presenza come premessa di un arresto che invece l’avvocato, d’accordo con Di Pietro, gli aveva escluso. I militari erano invece lì solo per evitare che l’indagato uscisse da casa da solo, senza l’avvocato, per sottrarsi all’interrogatorio fuggendo.

A Gardini, anche grazie alle notizie apprese a proposito dell’inchiesta su mafia e appalti, Di Pietro voleva chiedere ragione di 150 milioni di lire fatti versare a suo tempo dall’Enimont a Salvo Lima, il luogotenente di Andreotti in Sicilia ucciso l’anno prima a Palermo.

Andreotti, quindi, era nella mira del magistrato allertato anche da notizie apprese a Roma come “perito informatico” al Ministero della Giustizia dall’allora direttore generale degli affari penali Giovanni Falcone. Che era stato peraltro chiamato a quel posto dal ministro della Giustizia e vice presidente del Consiglio dell’ultimo governo dello stesso Andreotti: il socialista Claudio Martelli.

Le rivelazioni di Di Pietro, la storia di “Mani pulite” da lui riscritta dopo tanti anni nella lunga intervista all’Espresso, avranno probabilmente i loro sviluppi. Ma su Craxi il pensiero del magistrato a lungo indicato, o scambiato, per il nemico numero uno del leader socialista, da lui peraltro incontrato più volte segretamente con l’assistenza dell’avvocato  Nicolò Amato, e interrogato in tribunale per il processo Enimont con troppo sussiego, secondo le critiche rivoltegli allora su Repubblica da Eugenio Scalfari, è chiaro e difforme dalla rappresentazione fattane proprio oggi sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio. Cheè tornato a riproporre lo scomparso leader socialista come un criminale di tipo speciale, amante del suo “bottino”, ancora omaggiato “senza vergogna” dagli estimatori, vecchi e nuovi, “in pellegrinaggio” sulla sua tomba vent’anni dopo la morte.

“Questo dovete smetterla di dirlo”, è sbottato Di  Pietro rispondendo ad una domanda sulla “centralizzazione” del finanziamento illegale del Psi disposta a proprio favore da Craxi. Il quale -ha spiegato l’ex magistrato e poi politico e poi ancora avvocato, coltivatore diretto e non so cos’altro in futuro- “faceva come tutti: siccome quello era il sistema, una quota se la tenevano per loro e ci facevano quel che ci dovevano fare, a fini personali. Era un normale politico, come tutti gli altri, che ha fatto quello che hanno fatto anche gli altri. Non è che ha agito diversamente. L’ha ammesso anche lui. Non c’è una differenza, non fatelo più grosso di quello che è”, o era. Solo che, al netto di quei “fini personali”, su cui magari i familiari di Craxi avranno qualcosa da dire o ridire, visto che non sembrano avere ereditato chissà quali ricchezze, egli si vide riservare sul piano giudiziario, mediatico e politico quella “durezza senza uguali” lamentata con franchezza dieci anni, ripeto, dall’allora presidente della Repubblica: una durezza da capro espiatorio.

L’articolo da I Graffi di Damato

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