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Draghi sotto assedio dei pacifisti attende il soccorso dei draghiani

Afghanistan

I Graffi di Damato

Gratta gratta, il compianto Mao si prende sempre la rivincita con quella sua soddisfazione per “la grande confusione sotto il cielo”. Che non solo Putin con la guerra d’invasione all’Ucraina e i suoi sostenitori, anche in Italia, ma pure i suoi avversari o critici, almeno a parole, riescono a produrre, peraltro in un intreccio parossistico fra politica e informazione.

E’ francamente impossibile non riconoscersi almeno nel titolo dell’editoriale di Mauro Calise sul Mattino di oggi contro “il respiro corto dei partiti litigiosi”, a cominciare da quelli della maggioranza di governo che rischia di naufragare il 21 giugno in Parlamento sul problema degli aiuti militari all’Ucraina. L’atlantista presidente del Consiglio Mario Draghi, sempre convinto col capo dello Stato che Putin debba ritirare con le buone o le cattive le sue truppe dalle terre occupate, sopporta comprensibilmente sempre meno il suo sostanziale stato d’assedio a Palazzo Chigi.

Pertanto, pur non volendo l’interessato scendere in politica, si starebbe raccogliendo attorno a Draghi “un’area” cui occorrerebbe prima o dopo, possibilmente prima delle elezioni politiche dell’anno prossimo, “dare un tetto”. Alla cui costruzione Matteo Renzi si è mostrato disponibile in una intervista al Correre della Sera, pur sapendola affollata di troppi galli, diciamo così, perché possano stare insieme aspirando tutti al comando in prima o in seconda.

Se i partiti tuttavia sono quelli che sono, e stanno come stanno, i giornali che dovrebbero riferirne le imprese per informare i lettori, e invece partecipano intensamente anch’essi alla lotta politica, non stanno meglio.

Non so, francamente, se Putin abbia aumentato gli attacchi all’Ucraina nelle ultime ore “per tornare a trattare”, come ha interpretato in un titolo Il Messaggero. Ma so che ogni qualvolta parli qualcuno al Cremlino e dintorni si sentono solo minacce e derisioni di chi chiede la pace, come è capitato ieri a Mosca, sino a svenirne, a Massino Giletti, il conduttore della quasi Arena de la 7. Che è volato nella capitale russa per riproporre ai telespettatori le indagini suggestive del Cremlino illuminato a giorno di notte, ricordarne l’impronta artistica anche italiana e soprattutto intervistare non il ministro degli Esteri ma la sua portavoce. Che, reduce da una missione del suo capo in Medio Oriente, non l’ha neppure raggiunto nella postazione televisiva ma ha accettato di collegarsi con lui da casa.

Per quanti sforzi facesse Giletti per riempire di carinerie l’interlocutrice e battersi il petto per gli errori compiuti dall’Occidente nel mondo, la portavoce del ministro degli esteri russo lo ha trattato -a sentirlo parlare di trattative e di pace- come un bambino, sino a chiamarlo proprio così, per giunta immaginandolo sbarcato da Marte. Eppure “il bambino” era riuscito a inchiodarla ad una dichiarazione con la quale la signora aveva escluso l’invasione russa dell’Ucraina pochissimi giorni prima che cominciasse.

A questo spettacolo non ha retto dall’Italia, in collegamento videotelefonico pure lui, il direttore di Libero Alessandro Sallusti definendo “di merda” il Cremlino e i suoi inquilini di turno, abbandonando la trasmissione e rinunciando al “compenso pattuito”. Ma di tutto questo Sallusti si è dimenticato, diciamo così, di mettere una sola parola, un solo rigo sulla prima pagina del suo quotidiano. Invece il politicamente omologo Giornale della faniglia Berlusconi, già diretto a lungo dallo stesso Sallusti, è uscito oggi come La Verità di Maurizio Belpietro, anche lui ex direttore del Giornale, contro la “ lista di proscrizione” dei “putiniani d’Italia” attribuita al Corriere della Sera.

La pagina interessata del Corriere, quasi come corpo del reato, è stata riprodotta naturalmente dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. In compagnia del quale immagino con quanta poca soddisfazione potrebbero ritrovarsi i lettori degli altri due giornali di cosiddetta area di centrodestra schieratisi a favore dei sostenitori di Putin.

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