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Duello tv, cosa prevede il modello all’americana e perché Tajani sgomita

Duello Tajani

Il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, non ci sta a recitare la parte di junior partner, così propone di allargare il duello tv a tutti i leader di partito, seguendo l’esempio americano

Il duello tra Meloni e Schlein “va fatto, ma tenendo conto della par condicio” perché “non ci sono leader di serie A e leader di serie B”, considerato che “alle Europee si vota con il sistema proporzionale. Siccome ogni partito compete con tutti gli altri, va garantito in parti uguali lo spazio televisivo”.

TAJANI NON CI STA: “NON CI SONO LEADER DI SERIE A E SERIE B”

Altrimenti, quali sono i rischi? “Sennò si crea uno squilibrio che va contro la legge”. A proferire queste parole è il vicepremier Antonio Tajani, il quale in questi giorni si sta rivelando la vera spina nel fianco per i partner/competitors Meloni e Salvini, godendo di una accentuata visibilità come dimostrano le interviste odierne in prima pagina sul Corriere della Sera e sul Messaggero.

Dal superbonus alla sugar tax, Forza Italia è forse il partito che sta meglio interpretando la competizione elettorale basata sul sistema proporzionale, per cui ognuno deve portare acqua al proprio mulino. Badando al sodo, senza tanti slogan, si è fatto portavoce delle preoccupazioni del mondo delle imprese e del credito, animando un duello a distanza con il ministro Giorgetti. Adesso la sortita sul duello tv, con l’obiettivo di evitare di venire schiacciati mediaticamente dalla contesa tra la premier e la segretaria del Pd.

TAJANI E CALENDA: “SERVE UN CONFRONTO TV CON TUTTI I LEADER DI PARTITO”

Un’esigenza sentita anche dal leader di Azione Carlo Calenda, secondo cui “dovrebbe essere organizzato un confronto televisivo tra tutti i segretari di partito” per parlare “dei programmi” e “di Europa”.

Quale è la ricetta suggerita dal segretario di Forza Italia? “Io credo che sarebbe meglio fare all’americana. Con tutti i leader in scena, così si rispetta la par condicio e lo spirito del sistema elettorale. In questa tornata di votazioni non c’è centrodestra contro centrosinistra, ma uno schema di gara differente: non tra due schieramenti ma tra tanti partiti”.

Sicuramente più facile in teoria che nella pratica, con particolare riferimento agli eventuali criteri da utilizzare per individuare liste e leader. Basti pensare che alcune liste non sono state ammesse in tutte le circoscrizioni. Ad esempio nel Nord-Ovest si presenteranno 19 liste ai nastri di partenza, mentre nella circoscrizione Isole saranno 11.

IL SISTEMA ALL’AMERICANA PER LE PRESIDENZIALI USA..

Come funziona il modello americano preferito da Tajani? Negli Stati Uniti – ricorda l’Agi – non c’è limite alle candidature politiche e tutti hanno diritto a presentarsi ai dibattiti tv, senza esclusione, ma per guadagnarsi un posto sotto i riflettori servono requisiti di “popolarità”, cioè aver ottenuto un minimo di donazioni e una percentuale minima nei sondaggi di quattro istituti riconosciuti.

I dibattiti dei ‘nominati’ per la Casa Bianca sono limitati generalmente a due, massimo tre candidati, se oltre a quello repubblicano e a quello democratico figura un indipendente. Lo stesso vale per i candidati al Congresso o al ruolo di governatore. Le corse sono tra due nomi, condizione minima per avviare un dibattito televisivo.

..E PER LE PRIMARIE

“L’esempio più interessante sulla regolamentazione dei dibattiti televisivi – annota l’Agi – riguarda le candidature alle primarie, perché sono quelle in cui ci sono più persone in competizione, protagoniste delle selezioni che porteranno alla scrematura finale. Le primarie sono quelle che più si avvicinano alla situazione italiana, anche con riferimento al sistema previsto per le Europee, in cui in campo ci sono più partiti, dunque più leader. Le regole sono state fissate per contrastare il proliferare di candidati alle primarie di partito, soprattutto quelle per scegliere il nominato alla corsa per la Casa Bianca.

Nel 2015 i repubblicani si presentarono in dieci, uno in più dei nove che si erano sfidati per la prima volta in un dibattito televisivo sulla Fox nel 2011. Ognuno aveva avuto massimo nove minuti per poter esporre le proprie posizioni in due ore di diretta, ma niente in confronto ai ventinove che si erano presentati nel 2019 per conquistare la nomination democratica. Tolto l’inizio, con i candidati divisi in più serate, via via per evitare l’affollamento e l’inutilità del confronto vennero stilate regole di accesso, che avevano trasformato la partecipazione al dibattito televisivo in un contest a eliminazione”.

REGOLE STRINGENTI SENZA ECCEZIONI

“In occasione del dibattito tv che andò in onda, in prima serata, il 19 dicembre 2019, tra i candidati democratici vennero fissate regole di accesso molto stringenti: ognuno dei partecipanti, per conquistarsi il diritto a essere ospitato, doveva raggiungere entro il 12 dicembre almeno 200 mila donatori singoli, e un minimo di ottocento donatori in almeno venti Stati. Inoltre doveva aver ottenuto almeno il 4% di consensi certificati da quattro autorevoli istituti di sondaggio, o almeno il 6 per cento di consensi in due Stati. Il comitato elettorale che regola l’accesso ai dibattiti aveva stilato un elenco di media e istituti di ricerca accreditati, da cui ricavare i dati necessari per la valutazione dei candidati.

Naturalmente – la puntualizzazione dell’Agenzia giornalistica Italia – non si facevano eccezioni: chi non rientrava nei parametri non poteva partecipare, anche se poteva vantare milioni di dollari di donazioni, o era famoso e talmente ricco da poter fare da solo, come nel caso di Michael Bloomberg, escluso dal dibattito. I “finalisti” erano stati otto: Joe Biden, Pete Buttigieg, Amy Klobuchar, Bernie Sanders, Tom Steyer, Elizabeth Warren, Kamala Harris e Andrew Yang. Se fossero stati il doppio, sarebbero stati accolti tutti sul palco, nel pieno rispetto di ognuno, ma divisi in due serate per evitare l’effetto “canea”. Problema che, però, considerate le condizioni richieste, non poteva presentarsi”.

Bruno Vespa è avvisato…

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